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Legge concorrenza ancora in stand by: le lobby frenano

Legge concorrenza ancora in stand by: le lobby frenano

Carmine Fotina – Il Sole 24 Ore

Una legge attesa dal 2009 è ancora ferma ai box. Per la presentazione del provvedimento annuale sulla concorrenza, un obbligo che ricade sul governo fin dalla legge sviluppo 99/2009, non si possono presumere date senza rischiare di essere smentiti. Si sa di certo, però, che le lobby sono partite all’attacco già al solo comparire delle primissime bozze frutto del lavoro dei tecnici dei vari ministeri. Ormai da qualche mese un susseguirsi di dichiarazioni allarmate e proteste preventive arrivate ufficiosamente sui tavoli dell’esecutivo sta accompagnando silenziosamente – e probabilmente frenando – la stesura del disegno di legge. Gestori di carburanti, carrozzieri, avvocati, notai, farmacisti sono solo alcune delle categorie che potrebbero essere interessate dalla legge e le cui reazioni sono particolarmente considerate o in alcuni casi temute dall’esecutivo. Le bozze del testo, coordinato dal ministero dello Sviluppo economico, recepiscono molte delle indicazioni contenute nell’ultima relazione inviata dall’Antitrust a governo e Parlamento.

Messi insieme, se arrivassero al Consiglio dei ministri indenni di fronte alle pressioni delle lobby e superassero senza ripercussioni l’iter parlamentare, gli interventi di liberalizzazione dei mercati potrebbero rappresentare un pacchetto significativo perl a competitività favorendo anche l’afflusso di investimenti dall’estero. Nei giorni scorsi un gruppo di 9 senatori del Pd – il partito del premier – ha presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere una rapida redazione della legge, citando anche i richiami della Ue. In particolare, a giugno, nel documento di valutazione del Programma nazionale di riforma (Pnr) e del programma di stabilità 2014 dell’Italia, la Commissione europea, ricordando che il Pnr prevedeva l’adozione della legge annuale entro il settembre 2014, definiva il provvedimento «un importante passo avanti» che avrebbe messo «inoltre in moto un meccanismo positivo per il futuro».

Il lavoro tecnico procede. Ma per ora il governo sembra intenzionato a tenere un profilo basso, per non pubblicizzare troppo le misure e non accendere ulteriormente gli animi delle categorie interessate. Non si puo escludere dunque che, passata l’emergenza della legge di Stabilità, il disegno di legge venga varato a “sorpresa” da Palazzo Chigi. Sulla carta gli interventi esaminati, anche alla luce di segnalazioni di Authority diverse dall’Antitrust, coinvolgerebbero una ventina di settori. Ampio spazio viene dato all’Rc auto, con l’obiettivo di recuperare le norme di un precedente disegno di legge rimasto impantanato ma va fronteggiata l’opposizione dei carrozzieri alle nuove norme sui risarcimenti.I gestori dei carburanti frenano su misure per la liberalizzazione delle forme contrattuali che contrastino con il tavolo di lavoro avviato giada tempo con il ministero. Troppo «dirompente» poi, secondo ambienti di governo, l’idea pur valutata di trasformare l`attuale numero massimo di farmacie in numero minimo.

Delicatissimo anche il capitolo sulle professioni. Esaminato un pacchetto di ipotesi per aumentare la concorrenza tra i notai, anche con la previsione che ad ogni posto notarile corrisponda non «una popolazione di almeno 7mila abitanti» ma «una popolazione al massimo di 7mila abitanti». Ma l’esecutivo, nei documenti interni, non nasconde «la probabile opposizione dei notai», ipotizzando come alternativa un’autorizzazione agli avvocati perché svolgano compiti oggi riservati ai notai. Un altro tipo di considerazioni, invece, impatta sulla possibile deregulation nel settore postale (ad esempio con l’eliminazione della riserva postale sulle notifiche degli atti giudiziari). In questo caso, nelle valutazioni ministeriali, sono finiti i possibili «effetti e la compatibilità con l’operazione di privatizzazione» delle Poste.

Renzinomics, che triste fallimento

Renzinomics, che triste fallimento

Stefano Cingolani – Panorama

I dettagli, i dettagli: è lì che s’annida il diavolo. E Matteo Renzi, che i dettagli li lascia alle salmerie, una volta tanto avrebbe dovuto dare retta alla saggezza popolare. Perché a mano a mano che si leggono gli articoli, i commi e le note al margine della Legge di stabilità, vengono fuori le magagne. Il sondaggio esclusivo di Euromedia Research per Panorama mette in luce che i tre pilastri della manovra, il bonus di 80 euro, il Tir in busta paga e il Jobs act, si stanno rivelando inefficaci, se non proprio dei boomerang.

Osservatori e analisti di ogni scuola economica e fronte politico non fanno mancare i loro strali. C’è Tito Boeri. economista di sinistra, che parla di «manovra dimezzata» e punta il dito sugli effetti in busta paga della liquidazione anticipata, sui veri costi della decontribuzione per i nuovi assunti, sulla incerta natura dei risparmi di spesa comunque inferiori agli annunci governativi. Dalla minoranza del Pd si leva la voce di Stefano Fassina che sul Foglio giudica la manovra addirittura recessiva, in contrasto con il ministro dell`Economia Pier Carlo Padoan e con l’opinione della banca centrale. Ma le critiche più abrasive vengono da due voci non schierato: per Nicola Rossi, economista di scuola Bankitalia ed ex senatore Pd, si doveva e si poteva fare di più; è d’accordo anche Luca Ricolfi il quale ha scritto sulla Stampa che «la manovra del governo non è né buona né cattiva, ma è debole, molto debole». Valeva la pena di schiaffeggiare tutto e tutti per così poco?

L’effetto sulla crescita non solo è minimo, ma addirittura incerto. Secondo Moody’s l’anno prossimo l’economia potrebbe ristagnare; proprio la difficoltà di stimare la politica di bilancio suggerisce all’agenzia di rating un’ampia forchetta statistica: da meno 0,5 a più 0,5 per cento. In un caso o nell’altro siamo allo zero virgola, mentre il 2015 doveva essere l`anno in cui il prodotto interno lordo cresceva di oltre un punto. Niente sviluppo, niente posti di lavoro. Un’occupazione che sulla bocca di tutti è la priorità delle priorità, nei fatti aumenta dello 0,1 per cento secondo il governo, dello 0,2 per l’lstat. Ciò rende meno digeribile l’annunciato superamento dell’articolo 18 e dà alimento alla critica distruttiva della Fiom e della Cgil così cotne allo scontento crescente anche tra gli altri sindacati.

Il governo, del resto, non può nascondere che calano gli investimenti, compresi quelli pubblici, e ristagnano i consumi: gli 80 euro non vengono tenuti sotto il materasso ma spesi per far fronte alle necessità di base, per pagare le bollette e le imposte. E così arriviamo al cuore della politica fiscale. Nella sua audizione alla Camera, Federico Signorini, vicedirettore della Banca d’Italia, ha spiegato che gli 80 euro producono un vantaggio consistente sui redditi che superano di poco gli 8 mila euro annui. Qui, l’aliquota media effettiva si riduce addirittura di 12 punti. Ma il beneficio si riduce a mano a mano che si sale nella scala retributiva e diventa nullo, anzi leggermente negativo, per il lavoratore con un reddito pari alla media di contabilità nazionale (cioè 29.561 euro). Le imprese avranno altri sostegni come la riduzione dell’Irap (2,7 miliardi), un’imposta sostitutiva forfettaria del 15 per cento, il che potrebbe interessare fino a 1 milione di contribuenti, circa un quarto dei titolari.

Le ultime notizie dimostrano che non si tratta solo di impressioni. I piemontesi si preparano a una stangata di 73 miliardi a causa dell’addizionale Irpef calcolata ai massimi dal governatore Sergio Chiamparino (Pd). Figuriamoci che cosa accadrà nel Lazio o in Campania. Tutte le amministrazioni locali, a cominciare dai Comuni, giocano al rilancio per compensare i 6,2 miliardi di tagli (4 dei quali a carico delle regioni), proprio uno dei rischi paventati dalla Banca d’ltalia: «Nelle valutazioni ufficiali» sostiene Signorini «si stima che la riduzione delle risorse si traduca automaticamente in una riduzione delle spese correnti. Tuttavia, l’evidenza mostra che gli enti decentrati hanno reagito aumentando anche significativamente le entrate».

Renzi si vanta di aver ridotto le imposte, però la pressione fiscale complessiva non cala, anzi rischia di salire. E proprio questa è la spia alla quale guardano i contribuenti per decidere come utilizzare le proprie risorse. Quando le tasse crescono mentre i redditi ristagnano, la scelta più razionale degli individui è non spendere, e ciò aggrava la spirale della stagnazione. La stessa operazione Tfr (il Trattamento di fine rapporto anticipato) rischia di aggiungere incertezza. L’unica cosa sicura è che le pensioni future saranno più magre, dunque «è imprudente viaggiare senza ruota di scorta» ha scritto sul sito economico Lavoce.info Daniele Fano, fino al febbraio scorso capo della segreteria tecnica al ministero del Lavoro.

C’è un solo modo per spezzare il circolo della paura: «Sarà cruciale l’effetto della fiducia sulle famiglie e sulle imprese» dice Bankitalia. Ecco, la parola chiave è «fiducia»›. E qui l’economia lascia il campo alla politica. Con la sua campagna contro gufi, avvoltoi e menagramo, Renzi ha cercato di reagire allo sconforto che paralizza il Paese. Ma sono parole. E agli italiani non bastano; tanto meno ai falchi dell’Unione europea che chiedono altri 3,3 miliardi di tagli subito e 14 l’anno prossimo. Pende sulle nostre teste una procedura per aver infranto il Patto di stabilità sia sul debito, che continua a salire, sia sul deficit che sfonda il tetto del 3 per cento. A quel punto, il Paese piomberebbe di nuovo nel pozzo dell’austerità senza via d’uscita.

Pessimismo giustificato sul calo della benzina

Pessimismo giustificato sul calo della benzina

Il Sole 24 Ore

Il prezzo del greggio è sempre più sobrio. I consumatori già pregustano nuovi ribassi di benzina e gasolio al distributore. Ma il pessimismo della ragione dice che forse non sarà così. I listini del petrolio infatti sono uniti con quelli dei carburanti da un legame lieve (e molto, molto elastico quando si tratta di ribassare). Per esempio martedì, mentre a New York le quotazioni petrolifere scendevano a rotta di collo, sui mercati italiani all’ingrosso la benzina e il gasolio rincaravano e anche in modo orgoglioso, cosi ieri alcuni distributori hanno alzato i prezzi, molti altri invece li hanno limati. Da gennaio però – segnala l’Unione petrolifera – i tributi sui carburanti potrebbero aumentare di quasi otto centesimi di euro il litro per la Legge di stabilità e altre normative. L’automobile, bancomat del Fisco, porterebbe nelle casse statali 2,4 miliardi in più.

L’Italia è una spirale da incubo. Che farà Renzi?

L’Italia è una spirale da incubo. Che farà Renzi?

Guido Gentili – Il Sole 24 Ore

L’Europa potrebbe dirci “no, cara Italia, così non ci siamo, stai deviando troppo dal percorso di rientro dal debito pubblico, correggi la rotta e insisti nel consolidamento fiscale…”. Oppure i mercati, sempre in fiduciosa attesa della svolta della Bce a trazione Mario Draghi, potrebbero improvvisamente svegliarsi facendo un paio di conti: “l’Italia continua a non crescere, l’inflazione è troppo bassa, il debito non si riduce…”. In entrambi i casi potrebbero aprirsi scenari da incubo. Per non dire della terza ipotesi, quella che vedrebbe perfettamente allineati il giudizio negativo di Bruxelles (dal lato del debito crescente) con quello dei mercati (dal lato della mancata crescita).

Quanto prima l’Italia deve uscire da questa spirale, ma non basterà dire “stop alle lezioni di Bruxelles, le vostre valutazioni non ci preoccupano, siamo in linea”. Il Rapporto sui (persistenti) squilibri macroeconomici – alto debito e competitività esterna debole – suona come un primo allarme ancorché basato sui numeri del Def (Documento di economia e finanza) presentato dal Governo Renzi a settembre. Numeri poi corretti dallo stesso esecutivo con il programma di Stabilità per il 2015 e per gli anni a venire. Tra il 24 ed il 25 novembre è attesa (dopo le nuove stime su Pil, deficit e debito di qualche giorno fa) la prima valutazione della Commissione europea sulla Legge di Stabilità e a inizio 2015 scatterà una nuova missione per aggiornare il report sugli squilibri macroeconomici. In primavera ci sarà infine il “verdetto” finale.

Anche il calendario assomiglia insomma ad un “closed loop”, ad un anello chiuso che lascia pochi e sorvegliatissimi varchi. Il Governo squadernerà a Bruxelles le riforme messe in cantiere e cercherà di ottenere la massima flessibilità nel quadro delle regole esistenti riconfermando di stare sotto la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil. Ma potrebbe non essere sufficiente: per l’Europa e per l’esecutivo stesso “a caccia” di crescita per abbassare il debito e rassicurare i mercati. Che Renzi, messo alle strette da dosi crescenti di rigorismo unilaterale, possa trovarsi nelle condizioni di uscire dalla morsa tra mancata crescita e alto debito con un “cambiaverso” sul deficit? Nulla è da escludere.

La beffa delle certificazioni

La beffa delle certificazioni

Luca Antonini – Panorama

Molti piccoli imprenditori negli ultimi mesi hanno diligentemente attivato le procedure per ottenere la certificazione dei crediti certi, liquidi ed esigibili vantati nei confronti delle pubbliche amministrazioni, attenendosi a quanto prevede la nuova normativa sulla cessione pro soluto dei crediti certificati e assistiti dalla garanzia dello Stato (art. 37, comma 3 del d.I. n. 66/2014). Ottenuta una notevole pila di carta (le certificazioni) si sono rivolti ai principali istituti bancari accreditati per sottoscrivere il contratto di cessione del credito. Qui però sono iniziati i problemi: non tutte le banche avevano ancora predisposto specifiche procedure interne per gestire le operazioni di smobilizzo del credito certificato, né erano in grado di dire se e quando tali procedure sarebbero state approntate.

Non solo la pila di carta non si è tramutata subito in euro, ma si è aggiunto il danno: le pubbliche amministrazioni per certificare il credito hanno indicato la data prevista di pagamento sfruttando il tempo massimo, 12 mesi, consentito dalla legge (anche nel caso di crediti già ampiamente scaduti) e fino a quel momento per effetto della sottoscrizione dell’istanza di certificazione rimane paralizzata per legge la possibilità di avviare le normali procedure esecutive di recupero crediti. Ma oltre il danno è arrivata anche la beffa: infatti in televisione appariva intanto uno spot informativo della presidenza del Consiglio dove si dichiara che con il provvedimento sopra citato erano stati risolti tutti i problemi di liquidità che affliggono gli imprenditori che lavorano prevalentemente con le pubbliche amministrazioni. Non sappiamo a oggi quante banche siano riuscite ad attivare le procedure.

È fallita una PMI ogni cinque

È fallita una PMI ogni cinque

Tino Oldani – Italia Oggi

Il solco che separa il bla-bla del governo dalla cruda realtà dei fatti sta diventando preoccupante. Prendiamo le piccole e medie imprese (pmi), che da sempre sono la vera spina dorsale dell’economia italiana. Il primo rapporto Cerved dedicato a questo settore, potendo contare su una messe di dati senza eguali, ha rivelato pochi giorni fa che, dall’inizio della crisi economica (2008) ad oggi, una piccola e media impresa su cinque è uscita dal mercato. In dettaglio: su 144 mila pmi censite, 13 mila sono fallite, più di 5 mila hanno avviato una procedura concorsuale non fallimentare, altre 23 mila sono state liquidate volontariamente.

L’amministratore delegato del Cerved, Gianandrea De Bernardis, ha tenuto a precisare che le pmi considerate, secondo la definizione Ue, sono quelle con un fatturato tra 2 e 50 milioni di euro e tra 10 e 250 dipendenti. In questa forchetta, in Italia ci sono 144 mila società che generano un giro d’affari di 851 miliardi, con un valore aggiunto di 183 miliardi, pari al 12% del pil nazionale. Dunque, una colonna portante dell’economia, che purtroppo si sta sgretolando sempre di più.

Poiché la crisi dura da ben sette anni, cosa hanno fatto finora i vari governi per le pmi? Cercando una risposta su Google, si scopre che il 28 agosto scorso il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha emesso un comunicato grondante ottimismo sul successo dei mini bond, introdotti con il decreto Competitività per aiutare le pmi, con un carico fiscale ridotto. «Lo strumento dei mini bond» recitava il comunicato, «è ormai decollato e diventa sempre più diffuso tra le piccole e medie imprese che intendono accedere al mercato per reperire risorse di finanziamento in alternativa al credito bancario. Negli ultimi due mesi sono ben 26 le pmi che, per la prima volta, si sono affacciate sul mercato dei capitali e hanno emesso mini bond per un valore complessivo di un miliardo. Le emissioni vanno da un minimo di 5 milioni a un massimo di 200 milioni». Concludeva entusiasta Padoan: «Porteremo questa positiva esperienza all’attenzione dei partner europei in occasione dell’Ecofin di Milano».

Purtroppo per Padoan, il presunto «decollo» dei mini bond viene ora smentito dai dati del Cerved, che descrivono una realtà ben diversa. Su 144 mila imprese, sono soltanto 29 quelle che hanno emesso finora obbligazioni finanziarie, per un valore che si è fermato a 226 milioni; la torta complessiva dei mini bond agevolati sul piano fiscale, pari a 4,2 miliardi, è andata per il 95% alle grandi imprese. Di certo, spiega la ricerca Cerved, su questi dati ha influito un certo ritardo culturale delle pmi italiane, che, a differenza di quelle tedesche e francesi, dipendono per il 98% dai finanziamenti bancari. E poiché il credit crunch non ha mollato la presa, e poiché i pagamenti dei clienti e dello Stato hanno accumulato ritardi pazzeschi, ecco spiegati i fallimenti che hanno costretto una pmi su cinque a chiudere i battenti.

È evidente che senza una vera ripresa dei flussi del credito bancario, non vi sarà alcuna ripresa. Lo sa bene anche Matteo Renzi, che sul sito che porta il suo nome (matteorenzi.it) ha postato qualche tempo fa una proposta dettagliata, con un titolo roseo: «250 miliardi di credito garantito per le aziende». Recita il testo: «Oggi molte imprese, anche sane, soffrono, e in alcuni casi chiudono perché il credito non è disponibile. E quando è disponibile, è erogato a condizioni molto onerose. Tante aziende sono inoltre messe in difficoltà dai crediti verso la pubblica amministrazione. In queste condizioni, competere con i tedeschi e gli olandesi è quasi impossibile».

Ecco allora la soluzione di Renzi: «Riteniamo che l’accesso al credito sarà una delle leve principali per consentire alle piccole imprese di sopravvivere e per avviare un nuovo ciclo di crescita. Per questo prevediamo di riallocare sui fondi di garanzia del credito almeno 20 miliardi di fondi europei, in modo da garantire almeno 250 miliardi di crediti a piccole e medie imprese, dando all’imprenditoria sana, in particolare nel Sud, l’ossigeno per ripartire, a tassi competitivi con le imprese tedesche e olandesi».

Dettaglio importante: il post reca la data del 14 novembre 2012, quando Renzi era ancora sindaco di Firenze, ma parlava già come se fosse il presidente del Consiglio. I fondi di garanzia del credito, infatti, erano una sua idea: voleva che ne sorgesse uno in ogni Regione, con fondi del programma europeo Jeremie (Joint european resources for micro to medium enterprises). Peccato che da quando è premier se ne sia completamente scordato, per dare la precedenza a riforme controverse (Jobs act, articolo 18, Senato regionale, legge elettorale), buone per stare ogni giorno sul teatrino mediatico, ma del tutto inutili per favorire la ripresa delle pmi, o quanto meno per ridurre il numero dei loro fallimenti.

Ricchi, eguali

Ricchi, eguali

Luciano Capone – Il Foglio

In questi 30 anni – quelli del “liberismo selvaggio” che affama i popoli, distrugge il pianeta, aumenta le disuguaglianze – l’umanità sta vincendo la più grande guerra contro la miseria. La Banca mondiale, lo scorso 9 ottobre, ha pubblicato un rapporto sulla povertà nel mondo. I dati dicono che la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà estrema – ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno – è crollata dal 36,4 per cento del totale nel 1990 al 14,5 per cento nel 2011. È la più grande riduzione della povertà nella storia dell’umanità, circa 1 miliardo di poveri in meno, una cifra mostruosa, una rivoluzione silenziosa che forse meriterebbe maggiore attenzione del libro glamour di Thomas Piketty, premiato ieri da quei burloni del Financial Times.

La caduta vertiginosa della percentuale di poveri, mentre la popolazione mondiale è cresciuta esponenzialmente, spazza via il malthusianesimo di ritorno, le boiate sulla decrescita felice e il pauperismo no global. Secondo le proiezioni della Banca mondiale, con un tasso di crescita globale pari a quello degli anni 2000, nei prossimi 20 anni la povertà si ridurrà ulteriormente fino a scendere al 5 per cento della popolazione mondiale, che vuol dire altri 600 milioni di poveri in meno. L’ampiezza di questo fenomeno è ancora più impressionante se si guarda allo studio di un economista catalano della Columbia University, Xavier Sala-i-Martin, che dimostra come in un arco di tempo più ampio, dal 1970 al 2006, il tasso di povertà assoluta è crollato dell’80 per cento. Ma non basta: oltre a diventare più ricco il mondo è diventato anche meno diseguale. Sala-i-Martín mostra che sia il coefficiente di Gini sia l’indice di Atkinson (indicatori che misurano la distribuzione dei redditi) segnalano una riduzione della disuguaglianza a livello globale.

Ma a cosa è dovuto questo portentoso progresso? Nazioni Unite? Fondo monetario internazionale? Qualche programma governativo? Aiuti ai paesi in via di sviluppo? No. È merito della globalizzazione, del libero mercato, dei diritti di proprietà, del rule of law, della caduta di barriere interne ed esterne. In una parola, del capitalismo. E questo è evidente anche ai più scettici, dato che il contributo più grande alla riduzione della povertà l’hanno dato i popoli di due paesi fino a poco fa (e in parte ancora oggi) prigionieri dello stato e della pianificazione economica, cioe la Cina e l’India. Come hanno illustrato magistralmente il premio Nobel Ronald Coase e Ning Wang nel loro libro “Come la Cina è diventata un paese capitalista”, pubblicato in Italia dall’Istituto Bruno Leoni, sono stati l’apertura al mercato, la rottura dei monopoli statali, il superamento dei “piani quinquennali” e l’estensione dei diritti di proprietà a garantire una vita più decente a centinaia di milioni di esseri umani, tanto che adesso la povertà estrema sembra essere un problema africano e in particolare subsahariano, riguardante cioè quelle aree dove il capitalismo non ha ancora messo piede.

Questi dati smentiscono gli “intellettuali” che dai pulpiti di paesi ricchi e stanchi da anni parlano di “ritorno a Marx”, crisi del capitalismo, caduta del saggio di profitto e proletarizzazione della borghesia. D’altronde lo stesso Karl Marx, a differenza dei marxisti, era un alfiere entusiasta della globalizzazione e aveva capito bene la potenza rivoluzionaria del capitalismo. E forse, oltre ai marxisti di ritorno, quella che può essere considerata come la più grande moltiplicazione dei pani e dei pesci della storia dell’umanità, seppure di origine non sovrannaturale, dovrebbe indurre a una riflessione anche Papa Francesco sul suo anti capitalismo pauperista esposto nella “Evangelii Gaudium”.

Aprirsi ai commerci, ridimensionare il potere. In Cina come in Occidente

Aprirsi ai commerci, ridimensionare il potere. In Cina come in Occidente

Carlo Lottieri

Entro questa Europa che sta avvitandosi su se stessa, l’unica vera strategia può consistere nell’allargare gli spazi di libertà. Solo una fuoriuscita dal mito dallo Stato e, di conseguenza, dall’interventismo pubblico può ridare una chance alle popolazioni europee. E in questo senso, una spinta nella direzione giusta potrebbe venire dal TTIP, ossia da quel “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti) che dovrebbe unificare le economie di Stati Uniti ed Europa.
De negoziati in atti, però, si parla assai poco e questo in promo luogo perché ben pochi credono che ampliare gli scambi sia un atto di civiltà e una scelta che favorisce la prosperità. In questo senso dovremmo imparare da chi, negli ultimi decenni (per giunta partendo da una situazione ben peggiore della nostra), ha saputo imboccare la strada giusta. Al riguardo può essere molto utile quanto scrissero Ning Wang e Ronald Coase – quest’ultimo scomparso lo scorso anno – in uno straordinario volume (il libro è stato tradotto in italiano da IBL Libri) volto a spiegare come e perché la Cina sia riuscita a diventare un Paese capitalista. Com’è successo che uno dei Paesi più statici, piegati dallo statalismo e distrutto da progetti folli quali la Rivoluzione Culturale e il Grande Balzo in Avanti abbia saputo mettersi sui giusti binari, tanto da crescere al ritmo del 10% all’anno? Mentre Europa e Nord America vanno perdendo sempre più dinamismo, com’è possibile che la Cina abbia invece imboccato la strada opposta?
Wang e Coase insistono su vari punti, ma in particolare su due. In primo luogo, essi sottolineano il carattere altamente decentrato della Cina, che è un autentico continente e che nel corso dei secoli non è mai stato gestito direttamente da Pechino, poiché nessun regime ha mai preteso tanto. Per giunta, lo stesso Mao evitò ogni dirigismo economico sovietico (basato su piani economici quinquennali) perché riteneva che una struttura di quel tipo avrebbe rafforzato i luogotenenti politici e avrebbe quindi rappresentato un pericolo per la sua leadership. Avere tanti capetti di livello locale era probabilmente meglio che non dotarsi di una tecnostruttura che disponeva dell’economia cinese.
Mao non aveva alcuna delle preoccupazioni che gli studiosi liberali hanno di fronte alla al dirigismo, ma perseguendo in modo assai machiavellico i suoi calcoli bloccò ogni eccessiva concentrazione del potere economico in poche mani. L’altra questione su cui gli autori insistono è il ruolo che hanno avuto i cambiamenti “ai margini”. In definitiva la Cina collettivizzata da Mao si è trovata a dover affrontare una povertà terribile e una disoccupazione di grandi dimensioni. In questo quadro drammatico e, spesso, a migliaia di chilometri dalla capitale, in varie circostanze quella che ebbe luogo fu una privatizzazione di fatto dei terreni che produsse ottimi risultati e poi venne presentata dal regime come l’effetto di una scelta strategia.
Anche nelle città, la nascita di imprese private ebbe luogo nell’illegalità. Non solo il regime comunista non organizzò in alcun modo i primi passi del sistema privato, ma neppure creò un quadro giuridico che favorisse tutto questo. L’afflusso nelle città di masse di disoccupati obbligò però molti ad arrangiarsi: e anche stavolta il Pcc si attribuirà i buoni risultati conseguenti. Il regime subì i cambiamenti, anche se ebbe la furbizia di non ostacolarli una volta che le cose ebbero avuto luogo e, anzi, si attribuì le trasformazioni quali effetti di decisioni “lungimiranti”.
Spesso s’insiste sul pragmatismo di cui diedero prova i comunisti cinesi e, in particolare, Deng Xia-ping, cui poco interessava se fosse meglio adottare Stato o mercato, perché l’importante era che l’economia crescesse. Questo è cruciale per capire l’apertura al mercato della Cina, ma anche Deng avrebbe potuto fare ben poco se – lontano dai centri potere – non ci fosse stata la coraggiosa iniziativa di chi ha osato, sfidando i pregiudizi e gli interessi consolidati. E oggi la partita cinese è assai più aperta – anche sotto il profilo politico – proprio grazie all’espansione di imprese che sfidano il mercato invece che rispondere a esigenze politiche.
Non lo si dice quasi mai, ma l’esperienza cinese è soprattutto quella di un potere che, un po’ alla volta, si è ridimensionato e ha finito per perdere il monopolio sulla società. Oggi – nonostante i molti problemi che persistono: dal partito unico alla situazione tibetana – la libertà individuale in Cina è assai più rispettata e il potere meno ramificato, perché le forze del mercato hanno creato spazi di autonomia e sparigliato le carte.
Se il coraggio d’intraprendere ha condotto entro un ordine capitalistico pure la Cina del marxismo in salsa maoista, perché non dovrebbe poter succedere lo stesso anche nella nostra Europa dominata da iper-regolamentazione, tassazione e redistribuzione? E se l’apertura del mercato cinese ha tanto aiutato quella società, perché mai questo non dovrebbe succedere anche sulle due coste dell’Atlantico?
I tecnici accusano: manovra colabrodo

I tecnici accusano: manovra colabrodo

Franco Bechis – Libero

Finanza creativa come ai bei vecchi tempi e cifre appese in aria a modelli teorici inventati lì per lì. Dalla proroga dello sconto degli 80 euro alla riduzione dell’Irap, dal Tfr in busta paga alla lotta all’evasione, fino ai rischi notevoli contenuti nelle norme sulla tesoreria unica che coinvolgono la Cassa depositi e prestiti, la manovra di Matteo Renzi sembra con i piedi di argilla come raramente è avvenuto negli ultimi anni.

Come era accaduto qualche mese fa con altri provvedimenti economici, i tecnici del Servizio bilancio del Parlamento l’hanno passata incontro luce segnalando numerosi rischi e altrettante incongruenze che potrebbero fare ballare per cifre anche notevoli i conti dello Stato. Allora furono i tecnici del Senato, che per questo loro prezioso lavoro istituzionale furono pubblicamente sbeffeggiati dallo stesso Renzi, poi difesi (non proprio vibratamente) dal presidente del Senato, Piero Grasso. Ora è meglio che si prepari a incrociare la spada Laura Boldrini, perché a fare pezzi la legge di stabilità sono i tecnici del servizio Bilancio della Camera. Ecco come nelle principali voci.

80 euro
Prima osservazione: le simulazioni su cui si basano gli effetti di finanza pubblica del bonus da 80 euro si basano su modelli abbastanza di fantasia. E curiosamente – nonostante la norma identica – divergono non poco dalla relazione tecnica del decreto dell’aprile scorso che concedeva la stessa agevolazione. Attenzione però, perché «la microsimulazione è effettuata con riferimento ai redditi 2012, estrapolati al 2015», avvertono i tecnici della Boldrini, perché da allora a oggi molti possono essere usciti dalla platea dei beneficiari ed altri esservi entrati. Bisogna però sapere quanti sono entrati e quanti sono usciti per fare bene i calcoli.

Sconti Irap
Anche qui il modello di riferimento viene ritenuto piuttosto fantasioso e un po’ improvvisato. I tecnici sono tali e non segnalano temi politici come fa la stampa. Lì si è evidenziata la beffa dello sconto Irap che non c’è, perché retroattivamente vengono tolte le riduzioni di aliquote stabilite proprio con il decreto 80 euro. Una presa in giro delle imprese, però fatto alla carlona come tutte le cose di questo esecutivo. Segnalano i tecnici: «l’abrogazione dell’art. 2 del DL n. 66/2014, che aveva disposto la riduzione delle aliquote IRAP, non determina in via automatica il ripristino delle precedenti maggiori aliquote in base alle quali la relazione tecnica ha quantificato gli effetti positivi di gettito». Detto fra noi:meglio così. L’aumento delle aliquote può essere impugnato dalle imprese, perché la norma è fatta male.

Tfr in busta paga
Non costa niente alle imprese, diceva il governo. Bugia: la relazione tecnica inserisce nuove entrate per il fisco. Come? «Le maggiori entrate sembrerebbero infatti derivare dall’aumento per le aziende interessate degli sgravi contributivi previsti, cui dovrebbero tuttavia corrispondere minori deduzioni fiscali».

Ammortizzatori sociali
Qui c’è un fondo fantasma, perché viene legato al Jobs act, bandiera di Renzi che al momento non c’è. Con la finanza pubblica però non si può giocare: «le disposizioni in esame istituiscono un Fondo di finanziamento per l’attuazione delle modifiche in materia di lavoro e di ammortizzatori sociali, che verranno definite a seguito dell’adozione dei decreti di attuazione all’apposita legge di delega,già approvata dal Senato e attualmente all’esame presso la Camera dei deputati. In proposito non risulta possibile procedere a una verifica di tali effetti non essendo allo stato definita la nuova disciplina relativa alle materie oggetto di delega».

Sistema tesoreria unico
È forse il tema più delicato dell’intera manovra, ed è quello di cui si è parlato meno. I compiti che vengono girati alla Cassa depositi e prestiti hanno un rischio enorme: quello che venga consolidata anche quell’area nei conti dello Stato. Con un’esplosione del debito pubblico: «In merito al trasferimento del Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato presso la Cassa depositi e prestiti», scrivono i tecnici della Boldrini, «andrebbe espressamente escluso che tale operazione possa determinare un rischio di inclusione della Cassa nel perimetro della p.a. con conseguenti effetti negativi sui saldi di finanza pubblica e sul debito».

Evasione fiscale
Anche qui le norme sembrano scritte da principianti. Si prevedono entrate massicce su simulazioni vecchie e fatte su settori che nulla c’entrano con i provvedimenti. E attenzione: «occorrerebbe acquisire elementi volti a verificare che il maggior gettito imputato alle disposizioni in esame abbia effettivamente carattere aggiuntivo rispetto a quello ascritto a provvedimenti di contrasto all’evasione già adottati».