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Bonus ricerca&innovazione, Renzi ha fatto meno di Letta

Bonus ricerca&innovazione, Renzi ha fatto meno di Letta

Edoardo Narduzzi – Italia Oggi

Dopo tanti annunci e tante promesse la montagna della legge di Stabilità ha partorito meno di un topolino. Il governo Renzi è tornato indietro perfino rispetto a quanto prodotto dall’esecutivo Letta in materia di credito di imposta per la ricerca. Così da un biennio l’Italia, in piena crisi da mancanza di investimenti privati e da competitività dell’offerta, non ha una bonus che incentiva gli investimenti in ricerca ed in innovazione.

L’ultimo intervento in materia è stato quello del governo Berlusconi che aveva introdotto una vera discontinuità per l’Italia: un credito di imposta pari al 90% degli investimenti fatti nel biennio 2011-2012 con università o enti di ricerca, recuperabile per quote paritetiche in tre anni. I 155 milioni di euro a suo tempo stanziati in bilancio non sono stati neppure tutti utilizzati dal mondo produttivo, a riprova che i timori della Ragioneria spesso cozzano con la realtà della recessione. Prima il bonus fiscale, sempre deciso dal governo Berlusconi, era stato commisurato al valore complessivo degli investimenti fatti dalle imprese: il 10%.

A fine 2013 Enrico Letta vara un credito di imposta pari al 50% delle spese incrementali in ricerca a partire dall’esercizio 2014. La burocrazia ha lasciato la norma inattuata e così le imprese che hanno creduto nella serietà della Repubblica italiana e hanno fatto nel corso del 2014 investimenti in ricerca confidando nel credito di imposta si ritrovano oggi con un deficit di cash flow da dover finanziare. In pieno credit crunch non è un gap facile da chiudere attingendo al credito bancario.

Ora la legge di Stabilità cambia nuovamente le carte in tavola: credito di imposta dimezzato al 25%, sempre solo per gli investimenti incrementali e con effetti che si produrranno, ragionevolmente, solo a partire dalla seconda parte del 2016 quando i bilanci saranno stati depositati. Sarebbe stato molto più serio, onde evitare di impattare nuovamente sulle aspettative delle imprese, lasciare la norma Letta invariata e non eliminare il 2014, esercizio ormai chiuso e quindi con effetti risibili sui conti pubblici, dall’applicazione della norma. In questo modo si potevano premiare in pochi mesi le imprese che, nel corso del 2014, hanno avuto il coraggio di investire mentre il pil crollava e la deflazione prendeva il largo, cioè già il prossimo maggio.

In Francia per il triennio 2013-2015 il Cir, il credito di imposta per la ricerca francese, varato nel 1983, è stato dotato di un fondo annuo di 5 miliardi di euro perché raddoppiato dal presidente François Hollande. La legge di Stabilità di Renzi è stata coraggiosa sull’Irap e sugli 80 euro ma troppo timida sulla ricerca.

Capezzone: «Manca una vera proposta di destra»

Capezzone: «Manca una vera proposta di destra»

Goffredo Pistelli – Italia Oggi

Daniele Capezzone non s’arrende alla deriva del centrodestra. L’uomo che fu decisivo, con le battaglie sull’Imu e su Equitalia, nella grande ricorsa di Silvio Berlusconi alle politiche del 2013, s’è messo a lavorare di buzzo buono, con la pazienza e il metodo dei radicali. Da tempo pungola tutti. Pochi giorni dopo la débacle alle europee di maggio, s’era inventato il «software liberale», un ebook in cui mette in file un po’ di idee degne del 1994, anno della rivoluzione berlusconiana mancata. Sabato scorso s’è infilato nella Leopolda blu, raduno milanese di chi vuol riaggregare a destra.

Capezzone, com’è andata a Milano?
«Intanto mi faccia ringraziare chi ha organizzato, a partire da Lorenzo Castellani (una delle anime di Formiche.net, ndr), perché ho trovato molto azzeccate le scelte di fondo».

Vale a dire?
«Che in attesa di altre primarie, quelle politiche, si comincino almeno con le primarie delle idee. L’unica cosa di cui aver paura è l’assenza di un dibattito sulle proposte. E poi, molto giusta mi pare l’indicazione di un modello stile Partito repubblicano americano, con l’ambizione di individuare poche cose ma che possano davvero unire per un’alternativa alla sinistra. Su tutto il resto, poi, ognuno resta con la propria cultura, i libri che preferisce, il background cui è affezionato. Insomma che “i cento fiori fioriscano”».

Come disse il grande nocchiere Mao Tse Tung…
«Sì, per indicare un metodo, anche se questa prassi è molto anglosassone».

Le sue, quali sono?
«Il centro sta nella questione fiscale. E non lo dico per passione liberale, quanto per il bene del Paese. Se ha tempo le do qualche numero con cui, chiunque faccia politica, oggi si deve confrontare».

Avanti…
«Sono dati della Banca mondiale sul Total tax rate, ossia l’indice che riguarda l’imposizione fiscale delle imprese. Bene l’Italia è al 65%, Francia 64%, Spagna 58%, Germania 49, la media europea 41, Gran Bretagna 34 e la Croazia 19».

Beh, cifre impressionanti…
«Aspetti. Ora le do quelle sui fallimenti del primo semestre di quest’anno: sono stati il 10% in più dello stesso semestre 2013. E, se si considera l’ultimo trimestre di quel periodo, cioè aprile, maggio e giugno 2014, quella percentuale sale al 14%».

Dal che, se ne deduce?
«Che ci vuole uno shock fiscale e il centrodestra si deve ripensare su questo. A Matteo Renzi potrei fare mille critiche: ha aumentato le tasse sulla casa, sul risparmio, ora sui fondi pensione e, quando nei prossimi giorni avremo la legge di stabilità troveremo setto-otto tasse occulte…».

E invece, dove lo critica?
«Sulla cosa migliore che farà, se fosse vera, ossia l’intervento sull’Irap, annunciato intorno ai sei miliardi».

Infatti, è sorprendente. E perché lo critica?
«Perché quell’intervento rischia di fare la fine degli 80 euro e cioè di non essere incidente. Mi spiego: gli 80 euro magari sono finiti in affitti arretrati, multe da pagare, conti in sospeso, anziché nei consumi».

E l’Irap in meno?
«Idem, perché gli imprenditori sono già molto in difficoltà. Per questo le dico che quella misura non basta, che ci vuole ben altro. Forza Italia e il centro destra prendano questa bandiera: “Giù le tasse”. E non come parola d’ordine, cui siamo meccanicamente affezionati ma vera esigenza del Paese».

Senta, però per far manovre simili si deve tagliare la spesa clamorosamente, mentre uno dei vostri potenziali alleati, la Lega, vuol addirittura abolire la legge Fornero…
«Dobbiamo decidere se vogliamo solo una curatela fallimentare del centrodestra o il rilancio. Il rischio c’è. Per noi di Forza Italia, per esempio, la tentazione è la gestione dell’esistente. Per il Carroccio, che se la passa meglio, il successo nella marginalità cioè accontentarsi di fare quello che faceva Rifondazione ai tempi del centrosinistra, arrivando sino al 9%, ma scegliendo l’opposizione perenne e rinunciando all’alternativa. Oggi inveece, grazie a B., siamo al bipolarismo».

E cioè?
«Oggi si deve stare o di qua o di là. Anzi, siamo quasi alla referendizzazione del voto: c’è una parte importante che può votare da una parte e poi, la volta dopo, su certi temi, andare dall’altra. Io dico: mettiamo al centro di uno schieramento la proprietà privata, la casa, il risparmio, le tasse e la diminuzione della spesa pubblica e costruiamo l’alternativa a Renzi».

Su questi temi lo battete?
«Già ora. Perché non sta tagliando abbastanza sulle municipalizzate, sugli acquisti dei beni e servizi, su costi standard. E delle tasse le ho già detto».

Capezzone, però voi potete fare le leopolde blu ed elaborare progetti, però dovete fare i conti col «fattore B»., come la vicenda di Raffaele Fitto, che il Cavaliere ha quasi cacciato dal partito.
«Io dico che nelle scelte Fitto ci sia una grande novità positiva. Domandiamoci chi è Fitto?».

Risponda lei…
«È uno che è stato davvero vicino a Berlusconi nelle ore difficili, quando non era facile, non era comodo. Altri, tipo Gianfranco Fini, se ne andarono picconando un governo di centrodestra. Oppure, tipo Angelino Alfano, lo abbandonarono, per mantenere la poltrona ministeriale. Fitto è stato e starà dentro, a fornire idee e proposte. E poi vorrei dire un’altra cosa».

Prego…
«Mi viene in mente Proust, quando parla di quel rimorso che prende scendendo le scale, dopo un incontro, quando non si è detto tutto quello che si pensava. Non dobbiamo aver quel rimorso: ognuno deve offrire tutta intera la propria opinione.

Cioè, lei dice che il Cavaliere accetterebbe…
«È una persona lungimirante e rispettosa, molto di più dei consiglieri che ha intorno. Rifletterà su questi temi e vedrà che ha ancora una missione da compiere: costruire il partito gollista in Italia. D’altra parte, essendo colui che ha reso fisicamente possibile il bipolarismo, può dare un contributo anche qui».

Però c’è il nodo del Patto del Nazareno. Lei pensa che non esista, come dice Giuliano Urbani, e che B. veda davvero in Renzi un continuatore di certe sue idee, vent’anni dopo?
«Non sono interessato ai retroscena, meno che mai a letture maliziose, maligne o malpensanti. Dal punto di vista di Renzi starei attento però: rischia di essere egemone ma, per le ragioni economiche richiamate prima, rischia di esserlo fra le macerie. Come diceva Rino Formica, c’è qualche intrattenimento del pubblico e il Paese va come va».

Qualche problema, questo premier ve lo crea, non lo neghi.
«È evidente che non è facile avere a che fare con un leader diverso, che ci sfida in campo più moderno dei suoi predecessori. Prima la sinistra era solo tasse, Cgil e manette. Ora c’è un leder che si tira fuori da quella trimurti, anche se magari, a guardar bene, non sempre e non del tutto. Però, a maggio del 2014, ci sono stati nove milioni di italiani che non ci han votato più o si sono astenuti: partite Iva, imprenditori, professionisti che riconoscono in Renzi uno che ha archiviato il Pci ma che voterebbero una proposta di destra, subito».

Lei dice bene, ma intanto domenica Renzi ha fatto il pieno di audience nell’ammiraglia di Mediaset, Canale 5, in una delle trasmissioni che più berlusconiane non si può, il salotto di Barbara D’Urso, con una proposta che piace tanto a moltissimi vostri elettori: il bonus bébé.
«Che le devo dire, spero solo che prossimamente a Renzi non si affidata anche la conduzione del Tg5 delle 20».

Caustico, lei.
«Ma no, è un battuta. Il lavoro che vogliamo fare va aldilà dell’episodio di giornata. Ricordo anche io prime pagine del Giornale inneggianti a Renzi e delle reti Mediaset abbiamo sorriso anche in una recente riunione di presidenza di Forza Italia».

In che senso?
«Nel senso che ho ricordato al presidente come i tg di Mediaset avessero fatto cronaca politica quest’estate».

Ce lo ricordi…
«Un servizio di 2-3 minuti sulle attività del governo, quindi il pastone politico di tutti e poi, in coda, 15 secondi ad esponenti di Forza Italia che dicevano, in pratica, di essere lieti protagonisti dell’azione governativa e di dialogare con Renzi».

E Berlusconi?
«Ne ha riso anche lui. Con una copertura così, c’è solo da stupirsi che il premier non sia più alto nei sondaggi. Ma il tema non è la rivendicazione centimetrica di pagina di giornale o spazi tv. Bisogna fare come Andrea Pirlo».

Pirlo?
«Massì, alzare la testa, guardare il gioco. Qui si tratta dei prossimi cinque o dieci anni. Merito a Fitto, allora, di aver posto la questione, merito alla Leopolda Blu d’aver iniziato il dibattito».

In questo nuovo centrodestra, c’è posto anche per Corrado Passera che, nel frattempo, se ne è autoproclamato guida?
«Chiunque è il benvenuto. Nessuno può dire «no tu no» a nessuno. Quelli che lo dicono alla Lega, a Fratelli d’Italia, a Passera non hanno capito niente. Ma guai a fare, verso Renzi, l’errore che ha fatto la sinistra verso B. e cioè fare solo a tavoli, in stanzette chiuse, con dieci partitini che partoriscono non si sa cosa».

I quattro filtri

I quattro filtri

Giuseppe Turani – La Nazione

Il premier Renzi è uno che corre veloce, e infatti anche la sua Legge di Stabilità è arrivata in perfetto orario. Adesso, però, la corsa rallenta obbligatoriamente: infatti l’aspettano ben quattro filtri importanti. Il primo è quello della coerenza delle cifre. Si sa che Renzi ha molta voglia di fare e quindi è possibile che da qualche parte si sia stati un po’ larghi. Oggi, però, c’è il testo definitivo e chiunque (opposizione compresa) potrà valutare se c’è coerenza fra quello che si promette di spendere e quello che si spera di incassare. È un esame che sarà fatto da economisti, giornali, opinione pubblica: tutta gente che non ha ruoli istituzionali ma che conta in un paese in cui tutti si sentono commissari tecnici della Nazionale e primi ministri.

Il secondo  filtro sarà probabilmente il più severo. Si tratta infatti dei guardiani dell’Unione europea fra cui spiccano tedeschi e esponenti dei paesi nordici. In pratica dei puritani del bilancio pubblico in ordine. Si può star certi che nei confronti della prima Legge di Stabilità di Renzi saranno attentissimi. E non disposti a fare sconti. È vero che il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan dovrebbe rappresentare un buon scudo. Oltre a essere un uomo di riconosciuta prudenza e ben noto negli ambienti internazionali, tutti sanno che non avrebbe mai firmato una legge tenuta insieme con lo spago e gli elastici. Però questa Legge è, in buona sostanza, un bilancio di previsione: sta insieme se le previsioni che si sono fatte, a proposito ad esempio della crescita economica (e quindi delle entrate fiscali) sono ragionevoli. In questi ultimi anni l’Italia è diventata famosa per mettere nero su bianco previsioni di crescita manicomiali: a un certo punto si era persino detto che quest’anno avremmo avuto una crescita dell’l,1 per cento. Invece andremo indietro dello 0,3 per cento, ma c’è anche chi parla dello 0,4 per cento. Su questo punto, che poi è il cuore della Legge di Stabilità, si può stare certi che il confronto con di Bruxelles non sarà semplice.

Il terzo filtro è rappresentato dal Parlamento. E qui la faccenda si complica. Per due motivi. In primo luogo c’è che i deputati approfittano sempre dell’arrivo della Legge di Stabilità per cercare di infilarvi dentro qualcosa per i loro protetti. Ma c’è un altro aspetto parlamentare da tener presente. Non è un mistero che a molti deputati e senatori questa manovra non piace. Inoltre c’è una certa quota di onorevoli che farebbe qualunque cosa pur di vedere Renzi ruzzolare insieme alla sua Legge di Stabilità. Il confronto parlamentare, quindi, sarà una prova politica fra le più difficili per il premier.

Infine c’è l’ultimo filtro: i sindacati. Renzi ha dato l’impressione, fin qui, di non curarsene molto, a causa della loro relativa impopolarità presso gli elettori. Però, se alla fine ci si trova davvero con un milione di persone in piazza e con la prospettiva di uno sciopero generale, bisognerà inventarsi qualcosa. Non sono più i tempi del governo Rumor, quando bastava l’annuncio di uno sciopero generale per provocare le dimissioni del governo. Però, insomma, non si potrà nemmeno cavarsela con due battute e tre tweet. Oggi nessuno può dire che cosa resterà della Legge di Stabilità dopo il passaggio in questi quattro filtri. Si sa solo che “qualcosa” entro la mezzanotte del 31 dicembre va approvato.

Un terzo degli ospedali nella lista degli sprechi. Persi 4 miliardi all’anno

Un terzo degli ospedali nella lista degli sprechi. Persi 4 miliardi all’anno

Paolo Russo – La Stampa

Ospedali spreconi e pericolosi. Perché mantengono in piedi reparti che vanno sotto giri e che dovrebbero chiudere i battenti o essere riaccorpati. E perché fanno così poca pratica da mettere a rischio gli ignari pazienti. Mentre le regioni continuano a battere cassa con il governo, il ministero della Salute presenta il «Piano esiti», fotografia delle performance dei nostri ospedali che, nonostante qualche miglioramento rispetto agli anni precedenti, descrive un quadro ancora desolante. Oltre che a rischio per migliaia di pazienti. Quelli che vanno a ricoverarsi in reparti che trattano meno casi degli standard minimi di sicurezza fissati da fior di studi internazionali. Quanti sono ogni anno li hanno calcolati i tecnici del dicastero: 48mila e 500 ogni anno. Per cose come by pass aortocoronarico (77% degli ospedali sotto la soglia dei 200 interventi), al colon (79% sotto la soglia di sicurezza di 50 interventi), al polmone (84% sotto i 100 interventi), alla mammella (76% sotto i 150 interventi), allo stomaco (84% sotto i 20 interventi). E i grafici dimostrano che la curva della mortalità sale proporzionalmente con il diminuire dei pazienti trattati.

Un vizietto, quello di mantenere in piedi i reparti inutili e costosi, che si stima riguardi circa un terzo dei nosocomi italiani. Uno spreco, oltre che un rischio. Così come soldi buttati sono quelli per i ricoveri inappropriati. Ad esempio una colecistectomia operata in via laparoscopica, ossia senza bisturi, andrebbe trattata in day surgery, ovvero senza ricovero, ma solo il 15% degli ospedali lo fa. E così via per broncopneumopatia, interventi alle tonsille, isterectomia. In qualche ospedale si occupano letti persino per una banale gastroenterite pediatrica.

Tra reparti da sbaraccare e ricoveri inutili l’Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, stima uno spreco tra i 3 e i 4 miliardi. Guarda caso gli stessi che Renzi ha chiesto alle regioni. Che per la Lorenzin «non possono intervenire sul Fondo sanitario che la legge di stabilità conferma per il 2015 a 112 miliardi». Due in più di quest’anno. Ma su ricoveri a rischio o inappropriati il ministro non fa sconti ai Governatori: «disparità e differenze tra regioni non sono più accettabili» e i direttori generali delle Asl che non si adegueranno agli standard virtuosi del «Piano esiti» stiano attenti perché «sarà il ministero questa volta a commissariarli». Una minaccia alla quale il Presidente della federazione di Asl e ospedali (Fiaso), Francesco Ripa di Meana, replica ricordando che «nonostante i coni d’ombra un miglioramento delle performance c’è stato è questo è frutto della spending condotta dalle aziende sanitarie in questi anni».

Che la nostra sanità marci a velocità diverse da un’area all’altra del Paese lo dimostra una elaborazione della regione Toscana sui dati del Piano esiti. Il maggior numero di ospedali con le migliori performance fa salire in ordine sul podio : la Valle d’Aosta, la stessa Toscana (che sarebbe prima calcolando che ha anche il minor numero di quelli sotto gli standard) e Trento. Seguite a ruota da Emilia Romagna, Friuli, Lombardia e Piemonte. Leggendo la classifica al contrario, ossia per numero di ospedali con i peggiori standard, maglia nera è la Campania, seguita da Calabria, Puglia e, a sorpresa, Bolzano. Medie che ancora non dicono però tutto sulle disparità tra una struttura e l’altra. Un by pass coronarico dovrebbe oramai essere una passeggiata. E lo è al San Michele di Gemona in Friuli e all’Ospedale di Orbetello in Toscana, dove la mortalità è pari a zero. Non certo ai Santissimi Anna e Sebastiano di Caserta, dove la mortalità è di un raccapricciante caso su dieci. Oppure prendiamo la frattura al femore. Se non viene operata entro le 48 ore si rischia di rimanere in carrozzella o peggio ancora. Essere tempestivi insomma non è un optional. Ma oltre la metà degli ospedali italiani quel termine non lo rispetta.

Sanità, gli sprechi sui ricoveri: mensa, rifiuti, bucato

Sanità, gli sprechi sui ricoveri: mensa, rifiuti, bucato

Claudio Antonelli – Libero

La sanità non smette mai di stupire. Ieri abbiamo spulciato le enormi differenze di costo per prestazione che separano il Veneto dalla Campania e Bolzano da Aosta. Andando a setacciare le spese non sanitarie (per un pasto o per la lavanderia dei pazienti) si scopre che anche all’interno della stessa Regione ci sono Asl o strutture ospedaliere che spendono per lo stesso servizio anche 8 volte tanto. Con una forbice abissale e ingiustificata. Prendiamo la spesa media per nutrire un degente (valore calcolato per singolo paziente sulla media dei giorni di degenza nell’anno 2006) negli ospedali del Lazio. La media si avvicina ai 140 euro, ma ci sono strutture che ne spendono 200 e altre 24. Senza uscire dai confini della regione. Il Piemonte viaggia sulla stessa onda spendendo da un minimo di 55 euro a un massimo di 200. L’Emilia Romagna stringe di poco la forbice: da 49 a 175. Il Veneto per lo stesso servizio spende una media di 70 euro con picchi compresi tra i 25 e i 100. La Regione più virtuosa nel fare economia di scala per l’alimentazione dei degenti è in assoluto la Basilicata. Spesa media 45 euro e pochissima fluttuazione: non più di 50 euro e non meno di 37. Prendendo tutti i valori di spesa e facendo una semplice media nazionale il risultato sarebbe un bel 96 euro, ma il compito dei costi standard è ben diverso. Si tratta di far emergere comportamenti come quelli della Basilicata e spezzare le dinamiche della Campania che pur avendo sbalzi inferiori al Lazio chiude la classifica con una media di poco inferiore ai 150 euro.

Se il nutrimento dei pazienti vi ha stupito, le differenze di costi per lo smaltimento dei rifiuti appaiono stratosferiche tanto da lasciare senza parole. Le Asl in Valle d’Aosta sborsano (valore calcolato per singolo cittadino residente in un anno) sei euro e mezzo, quelle lombarde circa 20 centesimi. Entrambe le Regioni non hanno picchi. Al contrario dell’Abruzzo che non solo si piazza con una spesa elevata media (quasi 4 euro) ma anche con sbalzi che viaggiano tra i 2,3 euro e i 7,5. Se prendiamo la stessa tipologia di spesa ma applicata agli ospedali (valore calcolato per singolo paziente sulla media dei giorni di degenza nell’anno 2006), Milano smette di essere la più virtuosa (media di circa 20 euro e picchi compresi tra gli 8 e i 45 euro) e lascia il podio alla Sardegna che si attesta su una media di 8 euro e un massimo inferiore ai 20. Se invece si torna a valutare le Asl, quelle sarde spendono di media 2 euro (valore calcolato per singolo cittadino residente in un anno). Esattamente dieci volte tanto quello che spendono le Asl lombarde.

Non da meno appare il capitolo pulizia e lavanderia. Per le strutture ospedaliere (valore calcolato per singolo paziente sulla media dei giorni di degenza nell’anno 2006) è possibile identificare un valore di riferimento su base nazionale di circa 196 euro. Ma è quasi teoria. A Napoli la media è di 250 euro. In alcune strutture se ne spendono 50 e in altre addirittura 550. Il Friuli Venezia Giulia e il Veneto spendono invece 200 e 220 euro senza picchi. Il Lazio risulta sostenere i costi più elevati nella media con massimi fino a 450 euro. La Puglia ha una media di 140 euro e una forbice compresa tra 130 e 150.

Se poi si passa alle Asl (valore calcolato per singolo cittadino residente in un anno) la classifica cambia di nuovo. La Puglia scende a metà graduatoria. Spende 15 euro di media per residente, 25 come punta massima e 8 come cifra minima. Le Asl lombarde, le più virtuose, battono tutte le altre con 2 euro per residente, senza alcun particolare sbalzo. Spendendo di fatto addirittura 68 euro in meno rispetto all’Asl di Bolzano che paga di più per smaltire i rifiuti. Evidentemente in Lombardia si fa economia di scala, a Bolzano tutte le Asl in ordine sparso. Uno spreco assurdo.  Che secondo uno studio di due anni fa (su dati del 2006) dal titolo “Analisi del Trend delle spesa sanitaria” redatto dalla Cattolica di Roma e dall’Università di Tor Vergata vale complessivamente circa 900 milioni di euro all’anno. Intervenendo con una spending review sulle sette micro aree di spese prese in considerazione (dalle pulizie al costo dei pasti) che pesano non più del 4,5% del budget sanitario totale si potrebbe risparmiare tra il 27% e il 33% dei costi messi a budget.

Stando ai numeri dello stesso studio dagli sprechi sembra salvarsi solo la spesa per i farmaci. Calcolando il costo delle strutture ospedaliere per paziente (valore calcolato per singolo paziente sulla media dei giorni di degenza nell’anno 2006) il valore nazionale è di 500 euro. E gli sbalzi sono contenuti, a parte il Friuli che ha dei picchi di 3.500 euro. Mantenendo però una media ponderata di circa 550 euro. Di altra natura la tabella che può essere considerata riassuntiva. Per l’acquisto di beni e servizi da parte delle Asl (valore calcolato per giornata di degenza pesata sulla media della popolazione residente) la Regione Lazio spende mediamente 400 euro, il Veneto 350 e la Basilicata 470. E anche qui l’anomalia è nei picchi. Il Lazio spazia da un minimo di 150 a un massimo di ben 1000 euro, il 150% in più della media regionale. Lo stesso la Basilicata, che viaggia tra i 320 e i 600 euro. La Lombardia si attesta su una media di 320 euro, ma con oscillazioni tra i 200 e i 500. Comunque poco se si considera che tra il massimo lombardo e quello laziale c’è esattamente il 100% in più.

Non è dunque difficile capire che con una gestione oculata dei prezzi in poco tempo si risparmierebbero l’equivalente di mezze leggi Finanziarie. Il vantaggio é ancora più evidente se si considera che la spesa complessiva (e non solo quella delle micro aree analizzate dallo studio) delle Asl alla voce “servizi non sanitari” ammonta a 4 miliardi e 436 milioni in un anno. Ogni giorno di degenza (giornata di degenza pesata) comporta per un’Asl una spesa di oltre 800 euro a paziente. Su questa somma i servizi non sanitari – dati forniti da Altroconsumo – incidono mediamente per 63 euro al giorno. Ma in media. In Lombardia tale spesa si limita a 22 euro e in Umbria è quattro volte tanto (92 euro). Alla Ulss di Pieve di Soligo (Treviso) le utenze telefoniche costano 580.000 euro all’anno, pari a 3,27 euro per giorno di degenza. All’Asl H di Roma la stessa bolletta pesa per quasi 2 milioni di euro all’anno, pari a 5,91 euro per ogni giorno di degenza. Applicando lo stesso sistema di calcolo dello studio della Cattolica e di Tor Vergata, il risparmio complessivo solo nelle Asl sarebbe di circa 1,2 miliardi. Ma non è finita. Se tutte le strutture regionali fossero allineate ai costi standard – ha spiegato uno studio del Cerm del 2010) nel 2009 avremmo potuto risparmiare ben 4,3 miliardi di euro.

L’Europa eviti la deriva “dogmatica”

L’Europa eviti la deriva “dogmatica”

Alberto Quadrio Curzio – Il Sole 24 Ore

Il documento programmatico di bilancio 2015 (Dpb-2015, fondamento del disegno di legge di stabilità) dovrà superare due ostacoli. Quello del Parlamento italiano e quello delle Istituzioni Europee. L’Italia sta concludendo il sesto anno di crisi nel cui ambito gli ultimi tre anni sono stati di recessione piena. Intanto abbiamo cambiato quattro governi. È ora di rendersi conto che una delle condizioni necessarie per superare la nostra crisi è quella di mostrare la massima coesione all’Europa e ai mercati. Speriamo quindi che le rappresentanze istituzionali, economiche e sociali italiane sappiano guardare all’interesse nazionale tenendo conto delle scelte innovative del Governo in termini di spinta fiscale (unita a riforme) agli investimenti, alle imprese, all’occupazione. La Francia ha deciso di disattendere i parametri di bilancio europei e di premere, come pare, con qualche margine di successo, sulla Germania perché, ai tagli di spesa richiesti agli altri, affianchi in pari misura suoi investimenti infrastrutturali. L’Italia rispetta invece nella sostanza (salvo che per il debito) i parametri europei ma la sua strada non sarà tutta in discesa.

Rigore e sviluppo
Nel DPB-2015 inviato dall’Italia alla Commissione europea si pone un problema cruciale: come evitare che l’Eurozona affondi nella recessione-deflazione riprendendo invece a crescere creando occupazione nella stabilità. Il Presidente Napolitano, il presidente Renzi, il ministro dell’Economia Padoan si sono molto impegnati per mobilitare la fiducia e la responsabilità dell’Europa. Parlare, come fa la cancelliera Merkel, di compiti che vari Paesi (tra cui l’Italia) devono fare a casa, è per noi una banalizzazione di fronte a più di 18 milioni di disoccupati della Uem e a più di 3 milioni del nostro Paese. Questo spiega perché personalità tedesche autorevoli, tra le quali di recente Joschka Fischer, stiano criticando senza sconti la Merkel e il suo ministro delle Finanze. Le forze del rilancio, comprese quelle imprenditoriali europee, devono però essere più coalizzate non contro qualcuno ma per lo sviluppo. Anche il Parlamento europeo (ai cui vertici l’Italia conta parecchio) va valorizzato appieno perché lo stesso si è dimostrata in passato assai più lungimirante della Commissione e del Consiglio europeo. Bene fa perciò il DPB-2015 a sottolineare: che la crisi europea ha intaccato la fiducia di imprese e consumatori; che la politica monetaria non basta pur avendo evitato il peggio; che le necessarie riforme strutturali nei singoli Paesi producono effetti differiti mentre in recessione ci vogliono interventi ad effetto rapido; che senza crescita anche l’innovazione e la competitività si attenuano e la stessa sostenibilità dei debiti pubblici ne risente. La critica al rigore che genera crescita è chiara e su questa si innesta il programma italiano. Lo stesso coniuga una politica di bilancio euro-compatibile, che stimoli nel breve termine investimenti ed occupazione, con delle riforme strutturali che nel medio (1.000 giorni) e nel lungo termine generino più competitività e produttività del sistema Italia.

Riforme e crescita
Il DPB-2015, già approfondito su queste colonne, si fonda inoltre su un concetto centrale. Le riforme (con sostegni di bilancio rispettosi del vincolo europeo del 3% di deficit su Pil), generano crescita che favorisce il miglioramento nel tempo nei rapporti del deficit e del debito pubblico sul Pil. Questo concetto poggia su due basi. La prima base è sostanziale e riguarda le riforme strutturali sempre richieste dalla Ue all’Italia (pubblica amministrazione e semplificazione, giustizia, competitività e fiscalità, mercato del lavoro) per gli effetti sulla crescita, sull’occupazione e sulle finanze pubbliche. In termini di Pil, le misure che hanno costi di finanza pubblica (taglio Irap, bonus Irpef, jobs act e azzeramento triennale contributi, crediti di imposta per R§S), dovrebbero generare entro il 2018 un incremento cumulato di 0,7 punti percentuali che rimane poi incorporato nella dinamica del reddito nazionale specie per gli aumenti di investimenti e occupazione. L’effetto cresce considerando anche le riforme non meno importanti (semplificazioni e giustizia, fonti di potenziali risparmi e a costo zero) che avranno tuttavia forti resistenze e quindi effetti difficilmente misurabili. Quanto al debito pubblico sul Pil già dal 2016 sarebbe più basso di quello conseguibile “risparmiando” gli 11 miliardi che il DPB-2015 destina alla crescita . Quindi la minore correzione fiscale nei prossimi tre anni verrebbe presto compensata dalla crescita del Pil. La seconda base è istituzionale e riguarda il rispetto delle prescrizioni europee nel loro insieme. Il DPB-2015 argomenta da un lato che la grave recessione in atto (che peggiorerebbe con ulteriori rigidità fiscali) e dall’altro che le riforme in cantiere consentono il posponimento del pareggio strutturale di bilancio. Anche perché in tal modo migliora la sostenibilità di lungo periodo del debito pubblico sul Pil.

Una conclusione euro-italiana
L’Italia non “sfida” perciò l’Europa ma le chiede una lettura non dogmaticamente formale della situazione con l’uso di una razionalità politica ed economico-fiscale. Sono le argomentazioni condivisibili del DPB-2015 alle quali andrebbe sempre aggiunta quella, non meno importante, del rilancio degli investimenti infrastrutturali europei finanziati su scala europea con l’uso di europroject bond o eurounionbond. Strategia che si connette sia a quella del presidente della Commissione europea Juncker per il suo piano da 300 miliardi di investimenti in 3 anni sia ai gradi di libertà di cui potrà fruire Draghi per canalizzare liquidità agli investimenti. Quanto al nostro Governo, senza rinunciare alle critiche costruttive (su cui ritorneremo), crediamo si debbano attendere le prove dei fatti dando alle innovazioni aperture di credito come quelle di Moody’s e Financial Times. Due valutatori non abituati a fare sconti, specie all’Italia.

Le tasse dimenticate dei Comuni

Le tasse dimenticate dei Comuni

Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore

A Vibo Valentia, ogni anno arriva davvero nelle casse del Comune solo il 43,5% delle tasse e delle tariffe che giunta e consiglio mettono a bilancio, e più o meno lo stesso accade a Trapani, Palermo e in quasi tutti i capoluoghi di Sicilia e Calabria, ma anche a Campobasso, Potenza o Latina. A Napoli gli incassi reali nel corso dell’anno arrancano fino a quota 56,6% rispetto ai numeri scritti nel bilancio, a Roma si sfiora il 60% e a Milano si sale verso il 68,3%, su su fino a Bergamo, Bolzano o Reggio Emilia dove tutti gli anni più dell’85% delle entrate si presenta puntuale alla cassa.

Fino a oggi, la distanza che separa teoria e realtà nelle entrate dei Comuni è stata sepolta nei tecnicismi contabili, e al massimo è spuntata in qualche relazione della Corte dei conti. Da domani, o meglio dal 1° gennaio prossimo, sarà proprio questo fattore a decidere le sorti dei Comuni, grazie all’uno-due assestato dalla riforma dei bilanci locali e dalla legge di stabilità appena presentata dal Governo. La prima, scritta negli ultimi tre anni e ora pronta a entrare in vigore, chiede ai sindaci di bloccare in bilancio un «fondo crediti» proporzionale ai buchi incontrati dalla loro riscossione negli ultimi cinque anni, la seconda fa rientrare questa voce nei calcoli del Patto di stabilità. In soldoni, lo scambio suona così: la legge di stabilità taglia del 70% gli obiettivi del Patto per i Comuni (il Patto 2015 vale 1,4 miliardi invece di 4,5), ma la riforma blocca i bilanci nelle amministrazioni che non riescono a incassare. Il risultato divide i Comuni in due grandi gruppi: quelli che riscuotono meglio le loro entrate potranno godere in pieno dei nuovi bonus sul Patto di stabilità, gli altri dovranno invece agire drasticamente di forbice.

Come mostrano le elaborazioni realizzate per il Sole 24 Ore da Bureau Van Dijk sul database AidaPa che passa in rassegna tutti i consuntivi dei Comuni, il meccanismo divide con nettezza l’Italia in due. I dati si riferiscono al 2008-2012 perché i certificati 2013 non sono ancora disponibili, ma l’orizzonte quinquennale indicato dalla riforma non lascia alcuno spazio a cambiamenti repentini. In media, i capoluoghi prevedono ogni anno di ricevere per ogni cittadino 882 euro fra tributi (565 euro) e tariffe (318 euro) e ne incassano con puntualità il 66,5%, ma al Sud le percentuali scendono pesantemente mentre al Nord crescono anche di molto. Le eccezioni sono poche (Aosta è 88ª in classifica, Siena 77ª, mentre fra le città meridionali “virtuose” si incontra Barletta al 13° posto), e non cambiano quella che sarà la netta geografia della manovra.

Il nuovo meccanismo chiesto dalla riforma ha il pregio di andare al cuore del problema dei bilanci comunali, sempre più spesso basati su entrate teoriche che non si trasformano in incassi (nei bilanci comunali ci sono oltre 33 miliardi previsti ma mai incassati, si veda Il Sole 24 Ore del 30 giugno) ma finanziano spese reali. L’anno prossimo, le nuove regole bloccheranno nei fondi di garanzia circa 2,4 miliardi, ma la cifra è destinata a impennarsi nei due anni successivi quando la riforma entrerà a regime cancellando alcuni “sconti” contabili previsti per l’anno del debutto.

La Tari alza il conto per le famiglie numerose

La Tari alza il conto per le famiglie numerose

Cristiano Dell’Oste e Michela Finizio – Il Sole 24 Ore

L’unica consolazione è che il bollettino arriva a casa precompilato: la Tari sui rifiuti – diversamente dalla quasi omonima Tasi – non impone ai cittadini di farsi da soli i calcoli. Se però si guardano le cifre, si scopre che il tributo per la raccolta e lo smaltimento della spazzatura spesso è più pesante della service tax sugli immobili. La Tari segue il calendario stabilito da ogni Comune, e in molte città l’acconto è in scadenza in questi giorni. Per una famiglia di tre persone che vive in un appartamento medio-grande, il conto su base annua può andare dai 118 euro di Oristano ai 482 euro di Napoli, con un livello medio di 342 euro.

I dati emergono dalle elaborazioni condotte da Ref Ricerche su un campione di 51 capoluoghi di provincia, ed evidenziano due trend ormai consolidati. Da un lato, un aumento medio del prelievo del 12-13% negli ultimi quattro anni, con punte del 25% per le famiglie numerose. Dall’altro, grandi differenze territoriali, con il servizio che in alcune città costa il triplo o il quadruplo che in altre. Come si spiega questa evoluzione del prelievo? «Gli aumenti – afferma Donato Berardi direttore del laboratorio servizi pubblici locali di Ref Ricerche – dipendono in primo luogo dal taglio dei trasferimenti agli enti locali e dall’introduzione del principio secondo cui il tributo deve coprire i tutti i costi del servizio: se nel 2010 la copertura era dell’85%, oggi si arriva di fatto al 100 per cento». Ma ci sono anche altre spiegazioni. Sull’andamento del tributo, infatti, incide anche l’adozione del principio comunitario «chi inquina paga»: in assenza di criteri di misurazione effettiva della quantità di rifiuti prodotti, molte città hanno intanto alzato il prelievo in base al numero degli occupanti dell’immobile. E poi, conclude Berardi, «non va dimenticato che le variazioni di tariffa possono riflettere anche presenza di costi del servizio molto diversi sul territorio. In particolare, dove la raccolta non è efficiente o non ci sono discariche o impianti adeguati, la spesa per le famiglie tende ad aumentare».

Non è un caso, allora, che il conto della Tari raggiunga il picco massimo proprio a Napoli, dove da anni si combatte contro l’emergenza rifiuti, sia per i single (198 euro per 50 mq) sia per le famiglie di cinque persone (628 euro per 120 mq). «I prelievi più marcati – aggiunge Berardi – spesso nascondono problemi di finanza pubblica oppure tecnologie di gestione dei rifiuti più o meno trascurate». Tra le città con i costi più alti, ad esempio, c’è anche Alessandria, da tempo in difficoltà finanziaria.

Oltre all’importo totale, c’è anche un altro aspetto importante da valutare: la progressione del prelievo in base al numero di occupanti. Che una famiglia di tre persone paghi più di un single è assodato, ma “quanto” di più dipende dalla modulazione della tariffa scelta a livello comunale. È Cremona, in particolare, a differenziare maggiormente il tributo in base al numero di occupanti, a parità di superficie: qui il conto in euro al metro quadrato per le famiglie di cinque persone è dell’80% superiore a quello per i single. La maggior parte dei Comuni, però, sceglie di non “stressare” troppo questo criterio: una ventina di città introduce differenze minori del 10% tra i single e le famiglie di tre persone, sempre ragionando a parità di metratura. D’altra parte, il numero degli occupanti è solo un surrogato di un vero criterio di misurazione dei rifiuti. Ma sono ancora pochi gli enti locali che applicano criteri puntuali più incisivi, legati ad esempio al conteggio degli svuotamenti dei cassonetti o al peso dei sacchetti. A influenzare, infine, gli aumenti sulla tariffa rifiuti è anche la morosità dei contribuenti che, sempre secondo Ref Ricerche, in alcune città arriva a toccare tassi a doppia cifra, imponendo di fatto un sussidio a carico delle altre utenze.

Per le imprese l’incognita dell’imposta versata dalla PA

Per le imprese l’incognita dell’imposta versata dalla PA

Matteo Mantovani e Benedetto Santacroce – Il Sole 24 Ore

La lotta alle frodi Iva si arricchisce di un nuovo strumento: lo split payment nelle operazioni effettuate con la Pa. Il Ddl di Stabilità 2015 prevede, in estrema sintesi, che l’imposta venga versata dal soggetto pubblico che acquista un bene o un servizio da un privato. Il fornitore, pertanto, riceve dal cliente l’importo fatturato al netto dell’Iva. Il meccanismo serve a inibire le frodi basate sul missing trader, in cui il debitore dell’imposta, dopo averla riscossa dal proprio cliente, omette di versarla per poi “scomparire”. Lo split payment riguarderà solo i rapporti di fornitura (di beni e servizi) con lo Stato, gli organi dello Stato e, in generale, con tutti gli enti pubblici, laddove l’operazione non sia assoggettata al reverse charge. La Pa, pertanto, assume il ruolo istituzionale di collettore del gettito Iva verso l’erario.

Non mancano, però, le incognite. Sia perché il sistema – solo tratteggiato nel Ddl – non sarà implementabile se non previa autorizzazione dell’Ue e le modalità tecniche di funzionamento saranno dettagliate in seguito con un decreto ministeriale. Sia perché rischia di creare complicazioni ai fornitori sotto il piano degli adempimenti e su quello finanziario. Il fatto che il cedente/prestatore emette nei confronti della Pa una fattura con Iva esposta (come sembra emergere dalla relazione al Ddl Stabilità) crea il problema di come gestire contabilmente tali documenti. Le imprese saranno chiamate a modificare i sistemi informatici tenuto conto che alla rivalsa dell’Iva non conseguirà un’entrata finanziaria e la relativa imposta (solo esposta) non andrà computata a debito nella liquidazione di periodo. Sarebbe più semplice consentire la fatturazione senza Iva, ma oggi manca un valido titolo per non applicare l’imposta.

Sul versante finanziario, lo split payment porta coloro che lavorano prevalentemente con la Pa a trovarsi in una costante situazione di credito Iva. Certo, a tali soggetti è esteso il diritto al rimborso, sia annuale che trimestrale, dell’eccedenza a credito. Tuttavia, il rimborso è vincolato al trascorrere di tempi tecnici: ciò può condurre a squilibri nei flussi di cassa, con la conseguente necessità per le imprese di rivedere la gestione della tesoreria. Inoltre il Dlgs semplificazioni (atteso all’approvazione definitiva del Governo dopo il secondo parere parlamentare) mira a facilitare la procedura di rimborso Iva eliminando la prestazione delle garanzie: questo in parte mitiga l’onerosità della procedura ma non risolve il problema legato ai tempi. Del resto, le difficoltà dello split payment sono state segnalate anche a livello comunitario. La comunicazione sul futuro dell’Iva – Com(2011)851 – riporta che la proposta di implementazione di tale sistema ha suscitato reazioni tendenzialmente negative da parte di imprese e consulenti, preoccupati dell’impatto che lo split payment può produrre sul flusso di cassa e sui costi di conformità.

Fisco e cittadini, serve più fiducia

Fisco e cittadini, serve più fiducia

Enrico De Mita – Il Sole 24 Ore

Il direttore dell’agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, in queste settimane ha più volte illustrato la sua visione di ruolo e compiti dell’amministrazione finanziaria. È un approccio nuovo, che merita di essere richiamato, per l’intelligenza politica e soprattutto per la sensibilità giuridica che esprime. Controlli sì, lotta all’evasione certamente, ma anche più fiducia reciproca. È la concezione del fisco che risale a Vanoni e che questo giornale ha continuamente richiamato. La Orlandi fa riferimento soprattutto alle imprese ma il discorso vale per tutti i contribuenti. La filosofia che anima le sue dichiarazioni va oltre il contingente.

Che cosa afferma la Orlandi? Le norme antielusione per principio vanno superate. Come vanno superate le norme caratterizzate da estrema volatilità, che sono come i cerotti per tamponare le emergenze per mettere «toppe improvvise». Difatti, l’attuale ordinamento tributario è senza respiro, si avvita su se stesso, e diventa la causa più formidabile dell’evasione e soprattutto dell’elusione. Si crea difatti incertezza che è il principale nemico delle imprese, non solo ma di tutti i contribuenti. Le norme fiscali non sempre sono chiarissime, il che è solo un eufemismo per dire che ci troviamo di fronte a un groviglio senza né capo né coda. La fibrillazione e l’incertezza sono due costanti del sistema. E tutto questo demotiva le imprese italiane che decidono, sostiene sempre il direttore delle Entrate, di andare all’estero a causa «di una legislazione non allineata alle regole internazionali».

Se davvero il nuovo direttore delle Entrate riuscirà a far cambiare la filosofia del rapporto tra amministrazione e contribuenti, saremo di fronte a una svolta radicale. Se alle parole seguiranno i fatti si vedrà. Rossella Orlandi è a capo dell’amministrazione. Il suo è un discorso politico, è un discorso da ministro. Ci vorranno tempi lunghi per l’attuazione di questa linea. Ma questa è la direzione. È la prima volta che si sente parlare di fiducia reciproca. Finora non se ne trova traccia nei discorsi politici. Per capire come stanno le cose dal punto di vista politico basta ricordare alcune delle ultime proposte del governo che per la loro modestia dimostrano che la strada di una nuova filosofia non è stata ancora imboccata.

Il primo passo lo deve fare il governo. È significativo il richiamo della Orlandi alla lentezza che caratterizza i lavori per l’approvazione delle delega fiscale. «Una delega pensata non per rifondare ma per una manutenzione del sistema» e che va resa «effettiva ed efficace, procedendo spediti, visto che finora i tempi si sono allungati», nonostante ci abbiano lavorato «già tre governi e due parlamenti». La vicenda della legge delega dimostra che nella predisposizione delle leggi fiscali bisogna distinguere l’aspetto politico dalla formulazione tecnica: la prima tocca alla classe politica la seconda all’amministrazione, senza confusione di ruoli.