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Auto blu, caccia al decreto. Resta solo la slide di Renzi

Auto blu, caccia al decreto. Resta solo la slide di Renzi

Carlo di Foggia – Il Fatto Quotidiano

Nell’era Renzi, con l’annuncio il più è fatto. La distanza tra la slide e il fare è invece una questione di priorità. Quella delle auto blu in dotazione ai Ministeri non sembra esserlo molto. Come tempi d’attesa non c’è male: 76 giorni e ancora nulla. Eppure l’annuncio aveva rispettato tutti i passaggi codificati dal nuovo corso renziano: la slide («Massimo 5 vetture a Ministero»), l’annuncio in conferenza stampa in orario Tg e il tweet a effetto finale. «Direttori e sottosegretari dovranno andare a piedi o in taxi, autobus, metro, moto o bicicletta» spiegava il premier. Era il 18 aprile. Pe questo si può solo immaginare il senso di frustrazione provato al commissario alla spending review Carlo Cottarelli, costretto a chiamare il dipartimento della Funzione pubblica per chiedere conto del ritardo e sentirsi rispondere che «ci sono stati dei contrattempi». C’era la riforma della Pa da portare a casa, decine di articoli finiti in un decreto omnibus e cassati dai tecnici del Quirinale che hanno costretto gli uffici legislativi alle dipendenze del ministro Marianna Madia a riscrivere i testi e spacchettare il tutto in due provvedimenti. E quindi? E quindi «il fascicolo è finito sotto gli altri».

L’episodio si è svolto mercoledì scorso, a raccontarlo è un’autorevole fonte del Tesoro – dove Cottarelli ha ancora il suo ufficio – per altro l’unico Ministero che ha ridotto le auto blu: da 24 a 12 a disposizione dei vertici, costretti a usarle solo su prenotazione. Un’operazione – spiegano nei corridoi di via XX Settembre – «avvenuta motu proprio», cioè in automatico, senza una norma che li obbligasse a farlo. Perché, per quante riforme tu possa annunciare e impegni tu possa prendere, la trafila è sempre la stessa: servono i decreti attuativi, altrimenti le norme contenute nei testi usciti dal Consiglio dei ministri rimangono semplici dichiarazioni d’intenti. Quella sulle auto blu dei Ministeri è stata inserita nel decreto Irpef – quello sui famosi 80 euro in busta paga – del 24 aprile scorso. Quel testo stabilisce che «con un decreto del presidente del Consiglio dei ministri su proposta del ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, è indicato il numero massimo, non superiore a cinque, per le auto di servizio a uso esclusivo, nonché per quelle ad uso non esclusivo, di cui può disporre ciascuna amministrazione centrale dello Stato». Ai vari Ministeri, però, quel decreto non è mai arrivato, e così le 1.599 auto blu (costo: 400 milioni l’anno) che compongono il parco macchine in uso a ministri, viceministri, sottosegretari, capi di gabinetto e di dipartimento, sono ancora tutte lì.

Come spesso succede con gli annunci renziani, i risultati ottenuti sono spesso opera dei predecessori. Nel caso specifico, a oggi l’unico taglio effettuato – per altro molto blando – è quello voluto a settembre 2011 dall’allora ministro del Tesoro Giulio Tremonti: via le auto di utilizzo esclusivo con autista – cosiddette “blu blu” – a direttori generali, capi degli uffici legislativi, delle segreterie e degli uffici stampa. Ai piani più alti hanno invece conservato quelle di utilizzo non esclusivo ma sempre con autista. Le altre 5.000 auto blu sparse per le amministrazioni periferiche sono ancora tutte in servizio e non vengono toccate dalla norma annunciata da Renzi. Norma che non riguarderà le 53.743 vetture che compongono l’intero parco macchine in dotazione alla pubblica amministrazione (49.820 appartengono alle amministrazioni locali) e che costano poco più di un miliardo l’anno alle casse dello Stato. Qualcosa però potrebbe muoversi nei prossimi giorni. «Adesso che il decreto della Pa è stato licenziato – spiegano al Mef – i funzionari metteranno mano al decreto attuativo. Che peraltro varrà per tutti i Ministeri, senza bisogno di ulteriori interventi». Bastava così poco.

Se mancano scelte decise

Se mancano scelte decise

Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore

La realtà è complessa, e cercare parametri che siano in grado di abbracciarla tutta è una sfida impossibile. La vicenda dell’Imu (e ora anche della Tasi) per il Terzo settore lo dimostra bene. Sono stati necessari due anni abbondanti per definire l’attuazione, ora serve una selva di calcoli per capire quanto bisogna pagare e il risultato è sbagliato quando si chiede di sommare, invece che di rapportare fra loro, la percentuale di superficie e la quota di tempo (o di utilizzatori) occupate dalle attività commerciali. Manca un’altra prova, cioè la pioggia di ricorsi che accompagneranno gli accertamenti inevitabilmente ballerini, ma le premesse ci sono tutte e sembra solo questione di tempo. Riassumiamo: in tutti i casi di utilizzo “misto”, dalla parrocchia con sala conferenze all’ospedale con il bar e l’edicola, per capire l’imponibile bisognerà calcolare la quota di superficie occupata dall’attività commerciale, la parte di tempo o di utenti (come?) a cui è destinata, e poi inopinatamente sommarle. Il risultato è una sproporzione evidente fra la complessità dei calcoli, spesso basati su criteri non verificabili, e l’esiguità del gettito che ne verrà fuori. A creare il problema è stata la politica, che non ha voluto assumere scelte chiare su un tema spinoso e ha costretto quindi a inerpicarsi su un sentiero tortuoso di criteri e variabili ingestibili. Sarebbe stato meglio, allora, definire un’Imu ultraleggera, per esempio il 10% di quella ordinaria, per gli utilizzi misti, che probabilmente avrebbe avuto gli stessi risultati per i bilanci pubblici ma avrebbe evitato l’ennesima sfida burocratica ai contribuenti. Questa, però, sarebbe stata una scelta precisa.

Quei mali cronici che frenano l’attrattività

Quei mali cronici che frenano l’attrattività

Roberto Iotti – Il Sole 24 Ore

Avevano cominciato i tessili, seguiti poi dai calzaturieri. Ora sono i produttori di elettronica. Il back reshoring – cioè il rientro in Italia di attività delocalizzate negli anni scorsi – è un fenomeno in lenta ma costante crescita. Soprattutto per quelle aziende che avevano spostato la produzione in Paesi dove condizioni e costi dei fattori produttivi erano più vantaggiosi rispetto all’Italia. Il quadro economico però è mutato: importare manufatti o semilavorati dai Paesi dell’est europeo o dall’Asia non è più conveniente a causa dell’innalzamento dei costi di trasporto e della logistica. Non solo: le imprese che rientrano spiegano che lo fanno anche perché solo in Italia esistono manualità e una qualità di alto livello delle lavorazioni. Infine anche nei Paesi meta delle delocalizzazioni si stanno innalzando il livello del confronto sindacale e quello salariale. In pratica stanno sfumando i presupposti di un tempo e si sta riapprezzando la qualità intrinseca di certe produzioni che solo l’expertise dei lavoratori italiani sa esprimere.

Tutto questo però non deve suonare come una condanna senza appello per la delocalizzazione. Portare produzioni all’estero – negli anni scorsi – spesso ha significato entrare in mercati prima sconosciuti a molte aziende. Ed è stato il primo passo – si veda la Cina e la Russia – per arrivare a produrre direttamente per quei mercati locali, oggi sempre più importanti. Ma c’è un altro aspetto, non secondario, connesso al back reshoring: chi rientra lo fa – secondo il sondaggio Anie – per una scelta di politica aziendale, non certo perché la situazione italiana è migliorata. Fisco esoso, credito bancario scarso, burocrazia invadente, giustizia civile da incubo, energia a caro prezzo sono ancora le molte palle al piede della competitività del sistema manifatturiero. Affrontare e risolvere questi temi – certamente non nuovi – potrebbe essere un incentivo a far tornare sui loro passi altre aziende che hanno delocalizzato negli anni scorsi ma anche un incentivo ad aziende straniere a portare in Italia parte delle loro produzioni. Creando occupazione e portando investimenti.

La giungla delle società pubbliche produce soltanto dei buchi nei conti

La giungla delle società pubbliche produce soltanto dei buchi nei conti

Paolo Baroni – La Stampa

A prenderla larga le società controllate o partecipate dalle pubbliche amministrazioni sono più di 39mila, secondo la Corte dei Conti invece non si arriva a 7.500. C’è di tutto: si va dalle ex municipalizzate elettriche alle aziende rifiuti, dalle farmacie alle terme, dalla lavorazione delle uova alla produzione di prosciutti. E spesso hanno più consiglieri di amministrazione che dipendenti. Quel che è certo è che pesano sui bilanci dello Stato ma soprattutto di Comuni e Regioni per qualcosa come 26 miliardi di euro l’anno. Un punto e mezzo di Pil, in pratica 3 volte il valore del bonus da 80 euro. Inevitabile puntare i riflettori su questa vera e propria giungla: lo fa da anni Confindustria, che chiedeva alla politica di disboscare questo mondo ben prima che la spending review diventasse di moda («discariche per politici trombati» le aveva definite Luca Montezemolo), e lo fa ora il governo. Che punta a tagliare sprechi e a far cassa. Quella che sta per iniziare è una battaglia che vede ancora Roma contro tutti perché, come ha accertato la magistratura contabile, delle 7.472 società censite (ma solo 6.386 sono attive) appena 50 fanno capo allo Stato (e a loro volta controllano altre 526 società di secondo livello). Poi però ce ne sono ben 5.258 partecipate dagli enti locali. In totale ci sono 1.963 società per azioni, 1.235 srl, 758 società consortili, 202 cooperative, 1.019 consorzi, 561 fondazioni, 182 istituzioni, 274 aziende speciali e 178 «altre forme». E se il loro numero è «variabile» è perché queste società «sono soggette a frequenti modifiche dell’assetto», gli assetti sono spesso «mutevoli» e soggetti a vicende che i magistrati contabili definiscono «complessi». Per il loro peso finanziario e per la dimensione economica, gli enti partecipati – denunciava a inizio giugno il procuratore generale della Corte Salvatore Nottola – «hanno un forte impatto sui conti pubblici, sui quali si ripercuotono i risultati della gestione quando i costi non gravano sulla collettività, attraverso i meccanismi tariffari». Solo l’anno scorso questo sistema è costato 25,9 miliardi di trasferimenti.

Insomma non c’è solo Renzi che vuol passare «da 8.000 a 1.000 società partecipate», c’è anche la Corte dei Conti che preme. E sollecita a sua volta «un disegno di ristrutturazione organico e complessivo che preveda regole chiare e cogenti, forme organizzative omogenee, criteri razionali di partecipazione, imprescindibili ed effettivi controlli da parte degli enti conferenti».

Il maggior numero di partecipazioni appartiene alla Lombardia (7.496 controllate), seguono Piemonte (7.061), Veneto (4.123) e Toscana (3.606). La Pa nel Lazio (che includono anche le amministrazioni centrali) sostengono un onere di quasi 9,5 miliardi. In Lombardia poco più di 5,5 miliardi. Per la Corte dei Conti circa l’80% di queste società non si occupa di servizi indispensabili alla collettività. Una indagine di Confindustria di fine 2013 si ferma a circa due terzi ed arriva a ipotizzare ben 12,8 miliardi di risparmi per effetto della cessione o della loro liquidazione. Anche per il commissario alla spending review Carlo Cottarelli, che in base a un campione analizzato dal ministero dell’Economia stima che solo le municipalizzate nel 2012 abbiano perso almeno 1,2 miliardi di euro, è arrivato il momento di «chiudere il rubinetto». Solo per le multi-utility (1.100 in tutto tra acqua, luce e gas con 40 miliardi di fatturato ed oltre 600 milioni di euro di utili nel 2013) è prevista una via di fuga. Ma dovranno comunque aggregarsi. E la Cassa depositi e prestiti ha già detto di essere pronta a finanziare le fusioni.

Il fisco repressivo non è sufficiente

Il fisco repressivo non è sufficiente

Riccardo Riccardi – Il Tempo

In Italia le tasse sono tra le più alte del mondo. Strozzano l’economia. Riducono i consumi. Per incrementare le entrate dello Stato si fa, come si dice, una lotta senza quartiere contro gli evasori che sono tanti e impuniti. Chi sono costoro? Malviventi riciclanti denaro sporco frutto di delitti truffaldini? Professionisti, artigiani, bottegai e quant’altro che incassano in nero con la complicità di chi evade l’Iva? Oppure, quanti nel tempo hanno trasferito all’estero, con diverse modalità, i soldi? La casistica è ampia e di poco interesse per il lettore, quello ligio che per pagare le imposte deve ricorrere a costose consulenze per capire quanto, se e dove pagare. E sì che la normativa fiscale per essere tale dovrebbe essere più semplice possibile. Le tasse costituiscono il corrispettivo dei servizi che lo Stato mette a disposizione dei cittadini. Servizi scadenti e costosi che generano infinità di sprechi. Si determinano voragini di spesa che, con altri fattori, portano lo Stato al dissesto. Molte fortune sono espatriate. Si è cercato e si cerca di farle rientrare. Sono stati inventati condoni e scudi fiscali. Contro il pagamento di oboli si è tentato di ridare, con la garanzia dell’anonimato, la cittadinanza italiana a quattrini che l’avevano perduta. Lo Stato, del quale nessuno si fida, non mantiene la parola. Ora c’è un disegno di legge con l’obiettivo di far rientrare i capitali. Si chiama voluntary disclosure. Sorta di ravvedimento speciale. Mi sono pentito, pago e riporto a casa la valigia con i soldi. Si ammonisce che il provvedimento non sia condono o amnistia. Costituirebbe una nocività etica, giuridica ed economica. Chi ha commesso il reato espii la pena e ridia al fisco, con gli interessi, quanto ha sottratto per imposte inevase. Intendiamoci. Non sono tenero con chi non rispetta le leggi. L’evasione esiste in tutto il mondo. Si ridurrà parzialmente con l’entrata in vigore di scambi di informazioni internazionali. La fortificata Svizzera pare sia d’accordo. Attenzione. Si riveda però la politica fiscale affinché non colpisca populisticamente il sudato risparmio già tassato in precedenza. Riduzione, semplificazione, lotta agli sprechi. E talvolta si può anche ricorrere alla parabola evangelica del figliol prodigo. Lo Stato di polizia non paga. È vincente quello che, se non si fa amare, almeno non si faccia odiare dai propri sudditi.

Pochi fondi e burocrazia, riutilizzo flop

Pochi fondi e burocrazia, riutilizzo flop

Giuseppe Crimaldi – Il Mattino

Quanto impiega un bene confiscato alla camorra a trasformarsi in un bene di pubblica utilità? Tanto, anzi troppo. Non c’è solo l’esempio del palazzo di tre piani di Cupa dell’Arco, a Secondigliano, nel quale la famiglia Di Lauro pianificava le proprie strategie di morte, oltre a quelle imprenditoriali della holding degli stupefacenti. I casi di un mancato riutilizzo di immobili sottratti alla “camorra Spa” e mai giunti in dirittura d’arrivo per quel che riguarda la destinazione d’uso con finalità sociali (e ovviamente legali) sono tantissimi.

Al termine della visita nel Casertano e a Napoli è stata la stessa presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi a sottolineare come i meccanismi di assegnazione risultino più che mai inceppati. «C’è uno scarto eccessivo tra beni sottratti e beni utilizzati – ha detto. La magistratura e le forze di polizia fanno la loro parte ma dobbiamo rafforzare la capacità delle istituzioni di assegnare questi beni. Giovedì avremo in Commissione l’audizione del nuovo direttore appena nominato e chiederemo a lui i motivi della mancata attuazione della banca dati, perché non abbiamo una tracciabilità di beni e questo vale anche per le aziende confiscate. Non possiamo permettercelo perché lì c’è il lavoro delle persone a rischio». Ancora più netta la posizione della parlamentare del Partito democratico Luisa Bossa: «Perché la legge regionale sui beni confiscati, approvata due anni fa, non trova attuazione? E perché la Regione Campania non ha chiesto e non utilizza nessuno dei beni confiscati sul territorio alla criminalità organizzata?».

La verità sta nei fatti. Ci sono voluti quattro mesi per nominare il nuovo direttore dell’Agenzia per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati (Anbsc): Umberto Postiglione, ex prefetto di Agrigento, poi di Palermo ed ex commissario straordinario per la provincia di Roma. L’ultimo atto di assegnazione di un bene confiscato risale al febbraio scroso, quando il vecchio direttore (il prefetto Caruso) ha affidato alcuni immobili al comune di Eboli, al Corpo Forestale dello Stato, ai Vigili del Fuoco e all’Arma dei Carabinieri. Da quel provvedimento ad oggi, la macchina dell’Agenzia si è fermata.

I numeri da gestire sono enormi: oltre 11mila beni immobili e 1.708 aziende confiscati direttamente. Ma il vero problema, oltre a quello delle assegnazioni e al riutilizzo dei beni, riguarda le aziende che nel 90 per cento dei casi, al momento della confisca definitiva, sono in stato di insolvenza con un grave impatto sui lavoratori e il futuro stesso delle attività. Se poi consideriamo che non esistono solo gli immobili ma anche le aziende, allora il fenomeno si trasforma in un vero e proprio caso. Cominciamo dai numeri, che già da soli indicano quanto delicata sia la situazione. Perché è tanto più cocente la delusione che deriva dal mancato reimpiego delle risorse e delle imprese che – grazie alle indagini delle forze dell’ordine e della magistratura inquirente – si riesce a sottrarre alle mafie. In Italia le aziende confiscate sono 1.708 di cui 623 sono in Sicilia, 347 in Campania, 161 in Calabria e 131 in Puglia. Circa la metà operano tra commercio (471) e costruzioni (477), seguite da quelle alberghiere e dalla ristorazione (173). Tra le imprese confiscate, 497 sono uscite dalla gestione dell’Agenzia nazionale e liquidate. Delle 1.121 ancora gestite, invece, 393 sono ancora da destinare, 342 sono destinate alla liquidazione, 198 hanno un fallimento aperto durante la fase giudiziaria e per 189 è stata chiesta la cancellazione dal registro imprese e/o dall’anagrafe tributaria. Una situazione dinanzi alla quale è chiaro che c’è bisogno di un serio intervento per garantire la continuità d’impresa e salvaguardare i lavoratori. L’eccessiva burocrazia e la crisi economica che getta tutti in uno stato d’incertezza non può essere un alibi. E se è vero che la crisi facilita l’ingresso delle mafie nell’economia sana, è vero anche che devono essere messi in campo tutti gli strumenti per cambiare lo stato delle cose.

Dopo la fase del sequestro e della confisca non si può consentire che un’azienda fallisca. Quel fallimento coinvolge la credibilità delle istituzioni, il concetto di legalità nell’opinione pubblica che potrebbero ritenere la confisca come un danno più che un diritto. In quel fallimento si perdono posti di lavoro. E dire che di proposte sensate se ne fanno, e tante. Molte partono proprio dalle rete del volontariato e dell’associazionismo. Una per tutte: dare alle stesse associazioni presenti sul territorio la gestione di immobili e aziende confiscate.

Al Quirinale guadagnano il doppio della Casa Bianca

Al Quirinale guadagnano il doppio della Casa Bianca

Fabrizio Di Feo – Il Giornale

Una finestra spalancata sulle retribuzioni dei dipendenti. Un libro contabile a stelle e strisce aperto e aggiornato ogni dodici mesi. Dal 1995 la Casa Bianca è obbligata a inviare ogni anno un rapporto al Congresso e comunicare nel dettaglio l’elenco dei suoi dipendenti, il titolo e il salario. L’amministrazione Obama poi provvede a rendere disponibile online tale documento, così da tenere fede al dovere di trasparenza verso i cittadini.

I nuovi dati sono stati resi pubblici martedì. Un’istantanea che rivela la distanza siderale con il nostro Paese sia in termini di trasparenza (che da noi si trasforma spesso e volentieri in comunicazione, con la pubblicazione di dati parziali e «selezionati»), sia in termini di controllo della spesa pubblica. Il quadro per quanto riguarda la Casa Bianca è molto chiaro. Nel quartier generale di Obama lavorano 456 persone per un costo complessivo del personale di circa 38 milioni di dollari. La retribuzione media è di 83mila dollari, pari a 61mila euro. Lo stipendio massimo è di 172mila dollari pari a 126mila euro, anzi più nel dettaglio nessuno prende più di 172.200 dollari lordi all’anno, e molti devono accontentarsi di 41-42mila dollari. I dirigenti che si attestano sulla soglia massima sono 22. Barack Obama guadagna 400mila dollari, una cifra che nessun altro dipendente pubblico può superare perché nessun lavoro può essere considerato di maggiore responsabilità (il presidente della Corte costituzionale Usa guadagna 223mila dollari – 171mila euro -, il direttore dell’Fbi, 110mila euro, quello della Federal Reserve, 154mila euro). Obama, peraltro, ha deciso di ridare al Tesoro americano il 5% del suo stipendio annuale: 20mila dollari. Ciononostante negli Stati Uniti c’è anche qualche piccola polemica per un aumento medio del 5% per i dipendenti, superiore rispetto agli altri comparti pubblici.

Il paragone con il Quirinale, seppur scontato, è naturale e inevitabile. Negli ultimi anni il Colle ha iniziato un cammino verso una maggiore trasparenza e ha adottato alcune misure di contenimento della spesa, ad esempio con l’abrogazione del meccanismo di allineamento automatico delle retribuzioni del personale di ruolo a quello del personale del Senato. Nel corso del primo settennato di Giorgio Napolitano sono stati compiuti anche alcuni passi per «asciugare» l’organico, diminuito dal 31 dicembre 2006 al 31 dicembre 2013, di 507 unità. La distanza resta, però abissale.

Nella «Nota illustrativa del bilancio di previsione per il 2014», si parla di una «spesa per il personale in servizio che ammonta a 123,4 milioni di euro, in calo di 7,6 milioni rispetto al bilancio di previsione iniziale per il 2013». Nello stesso documento, al di là del «personale complessivamente a disposizione» pari a 1674 unità, si parla di 783 dipendenti come «personale di ruolo». In questo caso la spesa per dipendente si aggirerebbe sui 157mila euro.

Nell’allegato «Documento analitico» si parla, invece, di una spesa per retribuzioni pari a 105 milioni e 231mila euro, con 82 milioni per il personale di ruolo; 8 milioni e 900mila per quello non di ruolo; 10 milioni e 800mila per il personale distaccato; 2 milioni e 371mila per consiglieri e consulenti del Presidente; 147mila per collegi e commissioni; 370mila per oneri e trasferte del personale. A questi 105 milioni vanno aggiunti 9 milioni e 268mila euro di oneri previdenziali per complessivi 114 milioni e 499mila euro. In questo caso la spesa media per dipendente supererebbe di poco i 146mila euro. Non è possibile calcolare – come avviene per la Camera dove è stato compiuto un importante sforzo di trasparenza – quanti dirigenti superino la retribuzione di Giorgio Napolitano, ovvero i famosi 238mila euro fissati come teorica soglia massima da Matteo Renzi per i dipendenti pubblici (un tetto che alla Banca d’Italia viene sforato da ben 665 dirigenti). Un esercizio di trasparenza da adottare al più presto. Così da trasformare il Colle se non in una Casa Bianca in termini di costi, almeno in una casa di vetro.

Fuga dal canone TV. E la Rai in bolletta perseguita i cittadini

Fuga dal canone TV. E la Rai in bolletta perseguita i cittadini

Paolo Bracalini  – Il Giornale

Più di trecentomila disdette del canone Rai ogni anno, e in aumento: 310mila nel 2010, 328mila nel 2011, 357mila nel 2012. Una velocità di crociera inquietante per i vertici Rai, che già devono fare i conti con un’evasione del canone (la tassa più odiata dagli italiani, sondaggio dell’Anci) che la Rai stima in un 27% e un mancato introito valutato in 500 milioni di euro l’anno. Famiglie ma soprattutto imprese che secondo la Rai dovrebbero pagare il canone e invece non lo fanno, causando un buco all’azienda. Su cui poi si abbatte anche il prelievo governativo di 150 milioni di euro e il calo delle entrate da pubblicità. Il fronte “canone”, dunque, rimane quello più scoperto per viale Mazzini, a caccia di un sistema più valido per recuperare soldi anche da negozi, aziende, studi professionali, uffici, partite Iva. La legge, antiquata e ambigua, permette alla Rai di pretendere il canone anche da chi non guarda la tv o usa schermi e computer solo per lavoro, perché per far scattare l’imposizione basta il semplice possesso. L’invio in questi giorni di mezzo milione di lettere che hanno fatto insorgere artigiani e imprese va proprio in questa direzione. Ma l’effetto finora non è stato quello sperato, con l’esplosione della polemica e poi le interrogazioni parlamentari di Forza Italia, Lega e anche Ncd, che chiede un intervento del governo per fermare lo “stalking” della Rai alle imprese, mente anche il Pd in Vigilanza Rai attacca l’azienda: «Sul canone speciale hanno fatto un vero pasticcio». Ci potrebbe essere di più, persino un rilievo penale, secondo il senatore Maurizio Rossi (ex Scelta Civica) che in Vigilanza solleva il dubbio: «La condotta tenuta dalla Rai potrebbe rientrare in quella descritta nell’art. 640 del codice penale, che prevede la fattispecie della truffa quando qualcuno “con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno”. Mi riservo di approfondire tali aspetti inquietanti e di trasmettere gli atti all’autorità giudiziaria» dice il senatore.

La Rai, nel frattempo, va avanti per la sua strada con la Direzione Abbonamenti che conta sulla bellezza di 380 persone (nel 2012), una mini Agenzia delle Entrate dedicata al recupero del canone Rai. Ma le cose non filano come viale Mazzini vorrebbe. Non solo aumentano le disdette ma anche i morosi, cioè iscritti a ruolo che smettono di pagare il bollettino. Un esercito: 963mila italiani. Che fare, dunque? Spedire mezzo milione di lettere del canone speciale ai titolari di attività iscritti alle Camere di commercio, e vedere l’effetto che fa. Ma non solo. Scrive la Corte dei Conti nella sua ultima relazione sulla tv di Stato (febbraio 2014) che viale Mazzini sta facendo pressing sui Comuni e sull’Agenzia delle Entrate a caccia di informazioni preziose per far lievitare gli introiti da canone, come i nominativi dei potenziali possessori di apparecchi televisivi. «Ad avviso della Rai – scrive la Corte dei Conti – tali nominativi possono essere ricavati consultando gli archivi anagrafici in possesso dei Comuni, alcuni dei quali, come evidenzia la stessa società, oppongono un netto rifiuto adducendo argomentazioni fondate su rispetto dei vincoli posti dalla legislazione in materia anagrafica e sulla disciplina della privacy». Non è come per le banche dati della Camere di Commercio, dove non c’è privacy sui titolari di ditte o partite Iva, che infatti la Rai prende in blocco per inviare le richieste di canone speciale. Per le persone, purtroppo per la Rai, c’è la privacy e quindi molti Comuni dicono no. Ma anche l’Agenzia delle Entrate non soddisfa le richieste della Rai, che «con tre successive istanze» ha chiesto di acceder ai dati personali di chi compra un televisore. Fino al 2001 era la prassi, poi il Garante della privacy ha vietato alla Rai la raccolta dei nominativi e adesso un ricorso contro il provvedimento pende in Cassazione. Nell’attesa di una sentenza definitiva, la Rai non può attivare il suo Grande Fratello fiscale. Tocca provare altre strade, tipo la pesca a strascico sul canone speciale.

I distruttori del lavoro

I distruttori del lavoro

Maurizio Ferrara – Corriere della Sera

La disoccupazione giovanile continua a crescere, soprattutto fra le donne. Due mesi ha preso avvio il programma “Garanzia giovani” cofinanziato dall’Unione Europea, il cui obiettivo è proprio quello di aiutare chi ha meno di 29 anni a inserirsi nel mondo del lavoro. Otto settimane non bastano certo a produrre risultati concreti. È però lecito chiedersi a che punto siamo e che cosa possiamo aspettarci da questa ambiziosa aspettativa. Quasi 100mila giovani si sono già inseriti al portale Internet e molti sono stati anche intervistati dai servizi per l’impiego. La vera sfida comincia adesso. La “Garanzia” prevede infatti che entro quattro mesi il disoccupato riceva una proposta concreta di inserimento. Sul portale si legge che le aziende per ora hanno segnalato circa 2mila occasioni di lavoro: un numero davvero esiguo, anche tenendo conto della crisi. Bisogna migliorare con urgenza i flussi informativi sulle posizioni vacanti in tutti i settori dell’economia.

Il compito di attuare la “Garanzia” spetta alle Regioni. Quelle del Centro-Nord (in parte anche la Puglia) sembrano sulla buona strada. Lombardia, Toscana e Lazio hanno già incontrato più di un terzo dei loro iscritti. Le Regioni del Mezzogiorno sono invece quasi ferme. E ciò che sta accadendo solleva, purtroppo, più di una preoccupazione. Nel piano di spesa della Sicilia, ad esempio, quasi due terzi dei 178 milioni di euro disponibili verranno destinati all’«accoglienza»e alla formazione, solo il 6 per cento ad attività concrete come l’apprendistato. Per quest’ultima voce («già incentivata da altre leggi») la Sardegna non prevede neppure un euro mentre abbonda in sussidi a formatori e mediatori. La Calabria dal canto suo ha appena chiuso un bando per 500 tirocini con modalità di selezione che rischiano di riprodurre sotto nuove spoglie le tradizionali logiche clientelari.

Dati questi segnali, vi è un’alta probabilità che la “Garanzia” fallisca proprio nelle aree del Paese dove è più necessaria. Invece di innescare dinamiche virtuose nei mercati del lavoro del Mezzogiorno, le risorse europee rischiano di alimentare, come in passato, il sottosviluppo assistito. Bruxelles è preoccupata e non ha ancora formalmente approvato il piano italiano: non una bella figura per il paese che più aveva insistito per mobilitare i fondi Ue e che ora detiene la presidenza di turno. Per evitare il fallimento, il governo deve attivarsi subito su almeno due fronti. Innanzitutto imponendo alle Regioni il rispetto dei criteri minimi di trasparenza ed efficacia nella fornitura dei servizi (costi standard, pagamento sulla base dei risultati, apertura alle agenzie del lavoro private e così via). In secondo luogo, collegando la “Garanzia giovani” in modo più diretto al mondo delle imprese. Occorrono incentivi, accordi, politiche di livello nazionale. Nel Mezzogiorno ciò significa trarre investimenti, avviare una seria politica per il turismo e per i servizi, in modo da facilitare anche iniziative dal basso di autoimpiego e di start-up. Un’opportunità concreta di mettersi in gioco nel mercato, in base alle proprie capacità e ai propri talenti: questa è la vera “garanzia” che dobbiamo offrire ai giovani italiani. Iniziando da quelli (troppi) che oggi non riescono a uscire con le proprie gambe dalle trappole dell’inattività, della disoccupazione e dell’assistenzialismo.

Tagli, ritagli e frattaglie

Tagli, ritagli e frattaglie

Davide Giacalone – Libero

Da una parte il governo nega, su questo formalmente unanime, la necessità di una correzione dei conti 2014, dall’altra si ricorda di Carlo Cottarelli e gli chiede di predisporre tagli per 17 miliardi (già inseriti nei conti del Documento di economia e finanza, ma ancora non realizzati). A quelli se ne dovrebbero aggiungere altri 10, se si vogliono stabilizzare maggiori spese e minori entrate già decisi e propagandati (mitici 80 euro compresi). Ciò fornisce un punto di riferimento circa lo spessore non della manovra da farsi, ma di quella già in corso: 27 miliardi. Siccome i tagli, per giunta in questa quantità, stanno passando da favola a leggenda, il pericolo concreto è che scattino le clausole di salvaguardia. Che, tradotto in linguaggio prosaico significa: tasse.

Se il governo riuscirà a evitarlo, se cioè l’aggiustamento avverrà con tagli e non con ulteriore fisco, sarà un bene. Andrà riconosciuto, con piacere. Dovrà accadere, però, al netto dei trucchi. Prendiamo, per esempio, il pagamento dei debiti pubblici verso fornitori privati: spostarli al 2015 è, al tempo stesso, una sconfitta e un trucco. Sconfitta perché il governo viene meno a quanto garantito. Trucco perché si sposta contabilmente una partita e non si risolve alcun problema. Un tempo la chiamavano “finanza creativa”, ora è solo cosmesi tardiva.

I tagli, per avere una caratteristica positiva, non recessiva e risolutiva devono essere stabili nel tempo e relativi a funzioni pubbliche che si cancellano. Occorre distinguere, quindi, fra i risparmi e i tagli. I primi si possono ottenere, anche in misura assai significativa, ottimizzando le procedure e rendendo trasparente la spesa. I secondi, invece, richiedono non una momentanea apnea, ma il soffocamento di interi comparti dello Stato apparato, nelle sue varie articolazioni societarie e locali. Quando la Corte dei conti (che già di suo è un organismo in gran parte disfunzionale) certifica la perdita annua di 26 miliardi nella gestione di 7500 aziende partecipate dal pubblico, occorre stabilire a quale numero guardare con maggiore preoccupazione: gli sciocchi guardano il 26, i saggi il 7500. Non solo quelle società sono troppe, non solo perdono, ma il loro costo reale non è dato dal saldo finale, negativo, bensì dal trombo crescente che rende difficile la circolazione produttiva. Limitarsi a risparmiare 26 miliardi significa adottare una terapia che porta alla trombosi. Più che di un medico sarebbe opera di una chiromante. Lavorare nello sfoltimento delle società e delle funzioni significa praticare tagli promettenti. Concentrarsi sul mero sbilancio significa accontentarsi dei ritagli, lasciando al loro posto le frattaglie.

Ma si può fare di peggio: lasciare lo Stato a occupare grassamente e inefficientemente il mercato, salvo portare in quotazione alcune sue società. In qualche caso delle perle, che vanno liberate dal guscio, in altri dei gusci che contengono roba incompatibile con il mercato, ovvero economia sussidiata. Non contenti di questo si completa l’opera prendendo quei soldi e mettendoli al servizio della spesa pubblica, magari mascherata da “investimenti”. Una delle cose che dovrebbero essere chiare, un punto sul quale varrebbe la pena di misurare la trasparente convergenza di ciascuna forza politica, è: quando si vende patrimonio si deve far scendere il debito. Altrimenti ci si ritrova con meno patrimonio, un debito crescente e una spesa fuori controllo.

Quindi: se la richiesta di tagliare 17+10 miliardi, entro la fine dell’anno, è da considerarsi totalmente alternativa all’imporre nuove tasse e imposte, che la si saluti con soddisfazione; se è un modo per coprire altra spesa corrente, in un gioco dilapidante delle tre carte, che la si avversi con determinazione, perché porta dritto a più alta pressione fiscale. Posto che, come mettevamo in evidenza giusto ieri, dall’interno del governo si manifestano linee diverse e incompatibili fra loro, forse varrebbe la pena di farne oggetto di un dibattito parlamentare. Perché si può anche conservare l’immunità dalle inchieste giudiziarie (e si dovrebbe farlo senza ipocrisie), ma nessuno sarà immune dall’avere taciuto il rischio che corrono i conti di un Paese in cui la spesa è variabile indipendente dalla (de)crescita.