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Imprese e fisco, così proprio non va

Imprese e fisco, così proprio non va

Massimo Blasoni – Metro

Dopo il QE (Quantitative Easing) un nuovo acronimo si aggira per l’Europa: TTR, ovvero Total Tax Rate. Si tratta in soldoni (letteralmente) della percentuale sul fatturato che ciascuna impresa devolve ogni anno allo Stato sotto forma di tasse. Non illudetevi: che in questo settore l’Italia resti purtroppo la matrigna d’Europa lo dimostrano le recenti elaborazioni che abbiamo svolto sui dati riferiti al 2014 contenuti nel rapporto “Doing Business 2015” della Banca Mondiale.
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I profitti, la morale e il ruolo sociale delle imprese

I profitti, la morale e il ruolo sociale delle imprese

Carlo Lottieri

Da qualche anno domina una retorica che pretende di alterare il normale operare delle imprese in nome della morale e di valori più elevati. Per molti, in effetti, le imprese dovrebbero abbandonare la logica del profitto e dirigersi verso altri e maggiormente nobili obiettivi: la protezione della natura, la solidarietà, la riduzione delle diseguglianze tra Nord e Sud del mondo, e via dicendo. È questo ad esempio il tema della cosiddetta “banca etica”, che investe adottando criteri morali ben precisi e, di conseguenza, rigettando tutta una serie di settori. C’è però da chiedersi se sia davvero tutto oro quello che luccica, dato che questa “corporate social responsibility” può condurre in varie direzioni e può essere letta entro prospettive assai differenti.
Non c’è dubbio che per molte aziende la melassa buonista a base di richiami all’etica è solo parte di una ben precisa strategia di marketing. Il politicamente corretto serve essenzialmente a costruire nicchie di mercato che sfruttano la pubblicità costantemente garantita dai gruppi militanti di carattere umanitario, ambientalista, solidale, legalista e via dicendo. Qui si assiste a un abile utilizzo di alcune parole associate all’etica, anche se in senso assai strumentale. A questo riguardo il caso più classico è il riferimento alla natura, alla retorica anti-industriale e al biologico in un numero crescente di prodotti del settore alimentare. In questo caso, è chiaro che le aziende continuano a perseguire la logica di sempre – l’aumento dei profitti – con altri mezzi.
Non è certo la cosa peggiore che possa accadere. Quando infatti la ricerca dell’utile è proprio rigettata, è lecito domandarsi se questo sia corretto nei riguardi degli azionisti.Proviamo infatti a ipotizzare che, nel nome di un buonismo volto a soccorrere i deboli, un’azienda decida di rifornirsi da produttori in difficoltà che vendono beni di scarsa qualità e alto prezzo, invece che ricorrere ad alternative vantaggiose. Fare beneficienza a danno di chi ha investito nell’impresa non è un comportamento facile da giustificare, anche perché in questa maniera non si persegue quella corretta gestione su cui si basa il rapporto di fiducia tra gli azionisti e il management. Oltre a ciò, l’adozione di queste regole redistributive impedisce al mercato di premiare i migliori fornitori a scapito di quelli di minore qualità.
Di conseguenza, le cattive imprese potrebbero anche sopravanzare le buone, a danno dei consumatori e dell’economia nel suo insieme. Con questo non si vuole negare l’importanza della solidarietà, della filantropia e della beneficienza. Non siamo isole e siamo chiamati a farci carico di chi ha bisogno. Per giunta, una società libera non può reggere se non sa sviluppare una fitta rete di associazioni, fondazioni, attività non profit e via dicendo, in grado di soccorrere i più deboli.
La retorica della “corporate social responsibility” è però tutt’altro. Se un azionista vuole aiutare qualcuno lo può sempre fare, liberamente, utilizzando i propri profitti personali: senza dover scoprire nelle pieghe di un bilancio consuntivo che i suoi soldi sono stati usati per perseguire “nobili” obiettivi. Per giunta, com’è facile comprendere, quando si ammette che una gestione aziendale possa perseguire obiettivi “etici” e non più solo “economici” si finisce per consegnare agli amministratori un’ampia libertà d’azione, che essi possono utilizzare per realizzare i loro più disparati obiettivi.
È chiaro che un amministratore è in primo luogo un uomo, e quindi ha criteri morali da rispettare: non può essere disonesto, investire in aziende criminali, imbrogliare dipendenti o clienti, minacciare, e via dicendo. Ma questi criteri etici sono molto più definiti e ristretti rispetto a quelli suggeriti da chi vorrebbe estendere alle aziende i principi morali che devono guidare i singoli nella loro ricerca di una vita “retta”. Identificando questi ultimi principi, per giunta, con alcune parole d’ordine del politically correct.
Ultimo punto. Non di radio queste imprese “etiche” – quale che sia il loro settore – sono assai impegnate a ottenere norme di favore, che attribuiscano loro una posizione di privilegio. Tanta retorica su etica e morale finisce spesso per convertirsi in azioni di lobbying che danneggiano i concorrenti e/o i consumatori. Un esito davvero paradossale.
Ci rifilano 131 miliardi di buffi delle banche

Ci rifilano 131 miliardi di buffi delle banche

Francesco De Dominicis – Libero

Pulizia dei conti delle banche a spese del contribuente. Con la scusa di dare una spinta alla ripresa economica, rimettendo in moto il motore dei prestiti alle imprese, il governo di Matteo Renzi sta per scaricare sulla testa (e sulle tasche) degli italiani una gigantesca montagna di spazzatura. Cioè gli oltre 131 miliardi di euro di «sofferenze» delle banche, vale a dire i finanziamenti non rimborsati dalle aziende. Un giochetto battezzato «bad bank» che potrebbe costringere lo Stato, con la inevitabile sottoscrizione di garanzie, a un esborso che oscilla da 10 a 30 miliardi. Quattrini pubblici utilizzati per salvare i bilanci degli istituti di credito.

L’idea è allo studio del governo da un paio di mesi e ora siamo alle battute finali. Il progetto non ha ancora preso la forma finale, ma la sostanza è questa: nasce un nuovo soggetto a cui partecipa lo Stato nel quale confluiscono, appunto, le sofferenze. Per gli istituti il vantaggio è enorme: dalla sera alla mattina incasseranno denaro fresco e soprattutto sicuro, a fronte di crediti «dubbi», difficilmente monetizzabili. Un alleggerimento dei conti che ­ ecco la spinta alla ripresa ­ si potrebbe tradurre in una maggiore capacità di erogare nuovi prestiti, magari sfruttando quella liquidità in arrivo, da marzo, con il bazooka della Banca centrale europea.

Qui entrano in gioco noiosissimi dettagli tecnici e regole patrimoniali (italiane ed europee) che ingessano i prestiti. Fatto sta che il cosiddetto quantitative easing dell’Eurotower dovrebbe portare in Italia, fino a settembre 2016, circa 120 miliardi (su 1.140 totali di Qe) che, grazie alla mossa di palazzo Chigi, potrebbero rapidamente essere «dirottati» sull’economia reale. Fin qui tutto ok. Gli esperti delle super società di consulenza definirebbero l’operazione «win­win»: vincente per tutti. Senza dubbio la questione delle sofferenze va affrontata a livello «sistemico» perché per l’industria bancaria la zavorra dei finanziamenti non ripagati è ormai insostenibile e i nuovi prestiti, nonostante un lieve miglioramento a fine 2014, sono una chimèra. Eppure non mancano i rischi; e le zone d’ombra, legate proprio al ruolo di un soggetto pubblico, non sono poche. I rischi derivano dalle concrete probabilità che lo Stato riesca a recuperare dalle imprese quei soldi che per le banche sono di fatto una perdita secca o quasi. L’attività di recupero crediti, del resto, con l’onda lunga della crisi, equivale grosso modo al gioco d’azzardo: ti siedi al tavolo verde e la possibilità che ti alzi senza quattrini in mano è altissima. E se lo Stato perde, bisogna metterci una pezza con una manovra: nuove tasse o tagli alla spesa. Al momento esistono tre o quattro ipotesi diverse, come confermato ieri da fonti del Tesoro. In linea di massima, sembra scontata la partecipazione della Banca d’Italia oltre che della Cassa depositi e prestiti, anche se a via Nazionale le perplessità non sono poche e i tecnici stanno analizzando l’esperienza tedesca di Commerzbank.

A via Venti Settembre si ragiona attorno a una realtà oggi controllata da banca Intesa, Sga, società di gestione dell’attivo nata nel 1997 per salvare il banco di Napoli, che il Tesoro acquisterebbe per 600 mila euro. Attraverso uno o più aumenti di capitale ­ che verrebbero sottoscritti dalle banche, dallo Stato, dalla Cdp, da Bankitalia e da eventuali investitori privati ­ la nuova Sga arriverebbe a un capitale da 3 miliardi. Potrebbe così finanziare l’acquisto delle sofferenze verso le imprese superiori a una soglia minima di valore nominale di 500 mila euro, anche emettendo titoli obbligazionari assistiti da garanzia statale, da collocare sul mercato. Per quanto riguarda l’assetto proprietario, due sono gli scenari ipotizzati: nel primo la partecipazione pubblica si fermerebbe al 49%, mentre le banche deterrebbero il 19% e il 32% andrebbe agli investitori privati; uno schema che escluderebbe la ricaduta delle passività del veicolo nel perimetro del debito pubblico. L’altra opzione invece vedrebbe la partecipazione pubblica all’81% mentre il restante 19% andrebbe alle banche, senza la partecipazione di investitori privati. Il soggetto però ricadrebbe nel perimetro del debito pubblico.

Le zone d’ombra riguardano i divieti dell’Unione europea: l’intera operazione potrebbe essere bollata come «aiuto di Stato» e il tetto al 49% per la partecipazione pubblica potrebbe non bastare, secondo alcuni esperti. Divieti Ue a parte (magari aggirabili), Renzi sarà comunque costretto a sgonfiare le inevitabili polemiche su un palese aiutino pubblico alle banche. Ragion per cui l’ex sindaco di Firenze vuole evitare il passaggio parlamentare, costruendo l’intera operazione con decreti ministeriali e atti societari: niente leggi da mandare al vaglio di Camera e Senato. Obiettivo non facile da raggiungere visto che, alla fine della giostra, l’esborso di denaro pubblico a titolo di garanzia sulle sofferenze «acquistate» dallo Stato, ci sarà. Il che implica una manovra sul bilancio pubblico perciò un provvedimento legislativo è indispensabile.

La cifra finale sarà definita sulla base della quota di rischio legata all’operazione: ballano tra i 10 e i 30 miliardi di euro. C’è poi chi punterà il dito contro il premier, snocciolando i dati di Bankitalia secondo cui, come calcolato nei mesi scorsi da alcune associazioni di categoria, la maggior parte delle sofferenze è legata ai grandi prestiti non rimborsati. Nel dettaglio, il 67% dei «crediti dubbi» si riferisce a finanziamenti superiori a 500mila euro e a 505 soggetti sono attribuibili 25 miliardi di perdite. Come dire: paghiamo gli errori dei banchieri e i soldi prestati agli amici. La comunicazione, pertanto, sarà decisiva. In ogni caso, il governo è intenzionato a procedere rapidamente. E nelle prossime settimane la creatura bancaria statale potrebbe vedere la luce. Ma i dubbi restano e i pericoli pure. Renzi non vuole far più «soffrire» le banche, ma corre il rischio di far piangere i contribuenti.

Centrali d’acquisto, i tagli promessi da Renzi su un binario morto

Centrali d’acquisto, i tagli promessi da Renzi su un binario morto

Stefano Caviglia – Panorama

Se il buongiorno si vede dal mattino, la spending review di Matteo Renzi viaggia sotto i peggiori auspici. È dal 24 aprile 2014, con la presentazione del «decreto competitività e giustizia sociale», che il governo promette di ridurre il numero abnorme di centrali di acquisto dello Stato, delle Regioni e (soprattutto) dei Comuni italiani. Ma è proprio quel primo passo che non riesce a compiere. Il testo del provvedimento, lo stesso del bonus degli 80 euro, fissava l’inizio delle operazioni al primo luglio: delle circa 32 mila stazioni appaltanti della Pubblica amministrazione (responsabili di circa 130 miliardi di acquisti di beni e servizi), era la promessa, ne sarebbero soprawissute al massimo 35, compresa la Consip, la centrale di acquisti nazionale posseduta dal ministero dell’Econornia. I Comuni non capoluogo di provincia sarebbero stati obbligati ad acquistare attraverso una di queste (oppure tramite aggregazioni ad hoc con altre amministrazioni) qualunque bene, servizio o lavoro pubblico. Sono passati più di sette mesi e non solo lo spettacolare taglio non s’è visto, ma la sua stessa eventualità è messa pesantemente in discussione. L’idea di ridurre le centrali di acquisto provoca infatti reazioni di sdegno nella potentissima associazione dei Comuni italiani. «Quella norma rischia di causare il blocco degli appalti in tutto il Paese», tuonò l’Anci al momento dell’approvazione del decreto, ottenendo uno slittamento dell’applicazione al primo gennaio 2015.

Ora che il tempo è scaduto, l’offensiva si sposta in Parlamento. Alla Camera una pioggia di emendamenti si è abbattuta sul Milleproroghe, il decreto che ogni anno mantiene in vita per il tempo necessario i provvedimenti in scadenza. Chiedono quasi tutti di far slittare di sei mesi o di un anno la norma sulla riduzione delle stazioni appaltanti, forse nella speranza che si perda nei corridoi del Parlamento o che sia travolta da una fine anticipata della legislatura. La palla è ora nel campo del governo, che entro la metà di febbraio dovrà decidere se rinviare per la seconda volta l’entrata in vigore della legge oppure mantenere la promessa fatta agli italiani. L’esecutivo, a quanto risulta a Panorama, è in grande imbarazzo: da un lato ci sono le pressioni sempre più forti dei Comuni, dall’altro il fatto che un nuovo rinvio comporterebbe un prezzo da pagare in termini di credibilità, anche perché la razionalizzazione delle stazioni appaltanti equivale a una discreta fetta dei tagli tante volte annunciati. Alla voce «Iniziative su beni e servizi», le famose slides dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli avevano stimato una riduzione di spesa di 800 milioni di euro nel 2014 e di 2,3 miliardi nel 2015. In tutto fa più di 3 miliardi, che nella migliore delle ipolesi già non sono più interamente disponibili (siamo a febbraio) e nella peggiore stanno per svanire del tutto insieme a tanti altri risparmi e alle diininuzioni di tasse cui dovrebbero essere destinati.

Il discorso delle centrali di acquisto, infatti, è solo la punta dell’iceberg. Dei tagli promessi dal governo, almeno di quelli più importanti, non se n’e fatto finora neanche uno. Difficilmente arriveranno risorse dalla riduzione dei trasferimenti alle imprese (un miliardo era previsto da Cottarelli nel 2014 e 1,6 miliardi nel 2015) o dalla cessione delle aziende municipalizzate in perdita (100 milioni nel 2014 e altrettanto nel 2015). Non si vede nulla all’orizzonte neppure per quel che riguarda la riorganizzazione delle forze di polizia (800 milioni nel 2015) ne dalla soppressione di enti o agenzie (100 milioni nel 2014 e 200 nel 2015). Solo il taglio delle retribuzioni di presidente e consiglieri del Cnel produrrà qualche risparmio, ma non certo nella misura attesa, visto che l’iter legislativo della chiusura del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro e ancora in corso. Poi ci sono voci ormai mitiche come la digitalizzazione della Pubblica amministrazione che, sempre nei piani di Cottarelli, nel 2015 avrebbe dovuto dare più di 1 miliardo. È ancora valida quella previsione ora che l’ex commissario è stato accompagnato alla porta da Renzi? Bisogna essere molto ottimisti per rispondere in modo affermativo.

Alla fine restano solo i vecchi arnesi della riduzione di spesa tradizionale, come i tagli lineari nei ministeri, da cui si prevede di ottenere quasi due miliardi, e quelli dei trasferimenti a Regioni, Province e Comuni, che infatti hanno fatto fuoco e fiamme riguardo alla Legge di stabilità. Tocca a loro il salasso più pesante: 3,5 miliardi in meno alle Regioni e 2,2 ai Comuni. E qui si tocca un altro tasto dolente. Se gli unici risparmi si fanno chiudendo il rubinetto dei trasferimenti agli enti locali, si può parlare di riduzione degli sprechi? Lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio (ex presidente dell’Anci) ha riconosciuto in un’intervista alla Repubblica che il 2015 sarà un anno durissimo per i Comuni. E se per compensare quel che manca sindaci e presidenti di Regione aumentano le tasse? Queste voci compongono quasi la metà della manovra 2015 con cui il governo ha cercato di non lasciar vedere troppo lo scarto fra la montagna delle promesse e il topolino dei risparmi reali. Sulla carta i tagli di spesa previsti dalla Legge di stabilità ammontano a 16 miliardi, quattro in meno dei 20 annunciati alla fine dell’estate. Ma il vero problema è la loro incertezza. Per ottenere il via libera della Commissione europea ai conti dell’Italia, il governo si è protetto con la clausola di salvaguardia che prevede dal gennaio 2016, in caso di mancato rispetto delle previsioni, l’aumento dell’Iva al 12 per cento per i beni che oggi pagano il dieci e al 24 per quelli soggetti al 22. Ulteriori aumenti sono previsti nel 2017 e nel 2018. Se i conti dello Stato sono al sicuro, le nostre tasche molto meno.

Per capire come stiano davvero le cose, del resto, basta dare un’occhiata ai numeri generali della Legge di stabilità. Lungi dal diminuire, la spesa pubblica nel periodo fra il 2013 e il 2015 è prevista in aumento da 827,2 a 838,8 miliardi, per arrivare addirittura a 860,3 nel 2017. È vero che queste cifre sono condizionate dal fatto che Bruxelles ha imposto di contabilizzare il bonus degli 80 euro come aumento di spesa anziché come riduzione fiscale, ma anche senza questa penalizzazione nel
2015 la spesa diminuirebbe di appena 6 miliardi, per poi ritrovarsi di nuovo in crescita di altri 20 miliardi nel 2017.

Scacco ai burocrati

Scacco ai burocrati

Bruno Villois – La Nazione

Capita a tutti di dover avere bisogno di un elettricista, idraulico, meccanico e decine di altre figure indispensabili alla vita quotidiana di tutti noi. Ebbene, questi professionisti vi racconteranno che il loro impenetrabile e insuperabile nemico è la burocrazia. In media gli artigiani e i commercianti, dedicano un quinto della giornata a risolvere le infinite pastoie burocratiche, e altrettanto ne perdono per la parte contabile e fiscale. Su una media di 50 ore settimanali, 15-20 volano via per far fronte alla burocrazia, finora inossidabile e inattaccabile da ogni governo. Oltre al 30-40% del tempo per gli adempimenti, ci sono oneri finanziari, bolli, raccomandate, consulenti amministrativi e contabili. Eppure sono decenni che ogni politico, nazionale o locale, mette al primo posto il problema burocrazia per poi dimenticarsene in corso di mandato. Risolvere il problema con le ‘lenzuolate’ di liberalizzazioni o pseudo tali, non fa null’altro che aumentare il peso della burocrazia fissando, in nome e per conto delle liberalizzazioni, nuove astruse e complicate regole che nessuno è in grado di interpretare e che invece impongono più scartoffie e oneri consulenziali.

Il Governo pensa ad eliminare o a ridurre pesantemente il ruolo delle Camere di Commercio e dei corpi intermedi, che sono gli unici supporter dei piccoli imprenditori. Il loro indebolimento produrrà importanti problemi alle partite Iva, che vedranno ridursi i servizi, e rafforzerà la burocrazia. Chi rischia e lavora in proprio e dispone di risorse finanziarie limitate, da anni guadagna sempre meno e rischia sempre di più: togliergli i corpi intermedi significa abbandonarlo a se stesso. Renzi e il suo governo si dichiarano paladini della modernizzazione: se è vero, invece di abbattere i corpi intermedi, annientino la burocrazia. L ‘informatica e Internet sono un caposaldo per riuscirci; la riduzione del numero degli adempimenti e delle scadenze, da concentrarsi in un massimo di 2 o 3, è un secondo, punto fermo; l’abolizione dei doppioni, Stato, Regioni, Comuni, enti vari, che impongono, moltiplicandoli, gli stessi adempimenti, è il terzo perno. Così si modernizza il paese e si evita di far disperdere tempo e risorse a e piccole imprese.

Colpire la flessibilità illudendosi di creare lavoro

Colpire la flessibilità illudendosi di creare lavoro

Giuliano Cazzola – Il Garantista

I decreti attuativi del jobs act Poletti 2.0 stanno spargendo sale sulla ferita aperta all’interno della maggioranza dopo le vicende che hanno accompagnato l’elezione del Capo dello Stato. Il Nuovo centro destra teme che l’intesa ritrovata all’interno del Pd sulla candidatura di Sergio Mattarella prefiguri uno stravolgimento del sistema delle alleanze che hanno sorretto fino ad ora i processi riformatori, a partire da quello riguardante il mercato del lavoro. Non è infondata la preoccupazione che la ritrovata intesa in casa democrat vada a scapito di quelle politiche del lavoro, ferocemente contrastate dalla sinistra e difese dall’Ncd e da Sc, a giustificazione della loro partecipazione ad una coalizione “predominata” da un debordante presidente del Consiglio.

Mentre è ancora in ballo (insieme a quello, un po’ sbiadito, sugli ammortizzatori sociali) lo schema di decreto sul contratto a tutele crescenti (con annessa nuova disciplina del recesso per i neoassunti), il ministro Giuliano Poletti ha esposto le linee generali dei provvedimenti che dovrebbero riguardare la contropartita promessa dal Governo alla sinistra: la “potatura” delle forme contrattuali – considerate spurie e precarie dalla gauche – allo scopo di “promuovere il contratto a tempo indeterminato come forma comune di contratto di lavoro, rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti ed indiretti”. A quest’ultimo proposito, ricordiamo per inciso che la legge di stabilità ha steso un tappeto rosso davanti al contratto di nuovo conio (con tutele più sostenibili in tema di recesso) accompagnandone l’entrata in vigore a braccetto di un regime di robusti incentivi che, in pratica, consentirà alle imprese di accollare allo Stato la retribuzione di un intero anno (sui tre previsti) per gli assunti nel 2015. La c.d. semplificazione delle forme contrattuali – raccomandata dalla Cgil e dalla sinistra del Pd – non convince gli altri diretti protagonisti del confronto in corso: Maurizio Sacconi del Ncd e presidente della Commissione Lavoro del Senato e Pietro Ichino, il quale, prima ancora di essere un senatore di Scelta civica, è certamente uno degli ispiratori delle politiche prefigurate nel jobs act.

La delega, in modo esplicito, accenna soltanto al “superamento” dei contratti di collaborazione, ma è evidente l’intenzione, radicata in certi ambienti, di arrivare ad una sorta di resa dei conti con la legge Biagi, in nome della “mistica” del precariato; come se, a produrre quegli effetti, fossero state le norme che hanno cercato di definire delle regole e riconoscere dei diritti a quanto stava avvenendo in un mercato del lavoro alla ricerca di quella flessibilità che poteva consentire alle aziende di “tirare il fiato” e continuare ad assumere. Sarebbe sempre opportuno ricordare – anche al compagno Poletti – quanto scriveva Marco Biagi nel Libro Bianco del 2001: “I mutamenti che intervengono nell’organizzazione del lavoro e la crescente spinta verso una valorizzazione delle capacita dell’individuo stanno trasformando il rapporto di lavoro. Ciò induce a sperimentate nuove forme di regolazione, rendendo possibili assetti regolatori effettivamente conformi agli interessi del singolo lavoratore ed alle specifiche aspettative in lui riposte dal datore di lavoro, nel contesto d’un adeguato controllo sociale”.

Quelli che con sufficienza vengono chiamati i “contratti atipici”, puntigliosamente regolati nella legge Biagi, non sono regali alle imprese, ma soluzioni normative mirate a situazioni specifiche che non troverebbero una risposta adeguata se venissero incluse forzatamente nelle fattispecie “comuni” del contratto a tempo indeterminato o a termine. Corre voce, per esempio, che vi sia l’intenzione di eliminare la tipologia dell’associazione in partecipazione, nonostante le regole pressoché proibitive introdotte dalla legge Fornero? Non ne vediamo l’utilità. Allo stesso modo, consigliamo tanta prudenza nell’affrontare il tema del “superamento” dei rapporti di collaborazione. Si tratta di centinaia di migliaia di contratti, molti dei quali già arrivati a scadenza e non rinnovati (anche in conseguenza del giro di vite a cui li aveva sottoposti la legge 11.92 del 2012) in attesa di quanto sarebbe stato disposto nei decreti attuativi del jobs act. Esiste forse qualcuno che ritenga possibile trasformare d’acchito questi rapporti in contratti a tempo indeterminato di nuovo conio, mediante un semplice e banale intreccio di norme di legge? Purtroppo, la sinistra non rinuncia a delle soluzioni illusorie, tutte incentrate sul contrasto delle “norme maledette“ della più recente legislazione del lavoro. Dimenticando, però, che sono stati proprio quei provvedimenti a consentire – prima della crisi e in corrispondenza di incrementi modesti del Pil – otto anni di crescita ininterrotta dell’occupazione fino a tutto il 2007, i cui esiti non sono stati completamente cancellati, nonostante i salassi degli ultimi tempi.

Invisibili trame contro l’euro

Invisibili trame contro l’euro

Francesco Giavazzi – Corriere della Sera

La simpatia che il nuovo governo greco suscita in molti, la condiscendenza verso un Paese le cui condizioni sociali sono da alcuni anni drammatiche rischiano di farci cadere in una trappola che potrebbe portare dritti alla fine dell’euro. La Banca centrale europea con la mossa di ieri sera, e cioè con la sospensione del finanziamento diretto delle banche greche, ha mostrato di essere ben conscia dei rischi che si stanno correndo. La vittoria elettorale di Alexis Tsipras e il suo annuncio che non intende rispettare gli impegni assunti dal precedente governo erano stati accolti in modo diverso in Germania. Da Angela Merkel e dal suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, con grande preoccupazione. Dagli oppositori dell’euro con comprensione. Costoro vedono nel risultato delle elezioni greche un’occasione per criticare il modo in cui la Merkel ha finora gestito la crisi di Atene. Auspicano una revisione del programma di salvataggio concordato con la troika (Fondo monetario internazionale, Ue e Banca centrale europea) e ascoltano con attenzione le nuove proposte della Grecia per una ristrutturazione dei suoi debiti.

Critiche legittime e programmi ragionevoli, ma che nascondono un comportamento strategico. Il loro vero obiettivo è spingere la Bce ad accettare una ristrutturazione dei titoli di Atene che essa acquistò nel 2010 nell’ambito del Securities market programme, circa 31 miliardi di euro. Ma se lo facesse, la Banca violerebbe i trattati europei, che impediscono di finanziare debiti pubblici stampando moneta. I governi sono liberi di condonare anche tutto il debito greco, ma la Bce (che peraltro fino ad ora ha ottenuto un buon rendimento da quell’investimento) non lo può fare.

Non solo la Bce non può accettare perdite sui titoli pubblici che ha acquistato: non può neppure accettare, come garanzia nelle operazioni di finanziamento delle banche, titoli di un Paese che ha abbandonato il programma concordato con la troika. Un programma che, come ha rivelato ieri sera la Bce, è già di fatto violato. La sospensione del finanziamento delle banche è un primo passo nella direzione che potrebbe portare alla uscita della Grecia dall’Unione monetaria. L’obiettivo strategico di chi oggi è così accondiscendente verso Tsipras era dare scacco matto alla Bce, costringendola a violare apertamente i trattati. Indirettamente, bloccare il cosiddetto Quantitative easing, il programma di acquisto di titoli pubblici che la Bce ha annunciato il 22 gennaio. Eliminare quindi il paracadute per l’euro e mettere a rischio l’intera architettura dell’Unione monetaria. Ma da ieri i nemici dell’euro devono sapere che Francoforte rimane il presidio della moneta unica.

Partite Iva, in arrivo regole più soft

Partite Iva, in arrivo regole più soft

Marco Mobili e Giovanni Parente – Il Sole 24 Ore

Soglie di ricavi e compensi più alte per le partite Iva. Si lavora per modificare le attuali condizioni del regime forfettario che penalizzano in particolar modo i professionisti. Allo studio ci sono l’innalzamento delle soglie e – risorse permettendo – l’abbassamento dell’imposta sostitutiva dal 15% anche fino al 10 per cento. L’intenzione di apportare modifiche era già stata annunciata dopo l’approvazione della legge di stabilità ed è stata ribadita lunedì dal premier Matteo Renzi. In questo scenario, l’iniziativa parlamentare sembra, comunque, destinata a giocare un ruolo di primo piano. Sul tavolo resta, infatti, anche l’ipotesi di un intervento «tampone» preannunciato nei giorni scorso dal sottosegretario al ministero dell’Economia, Enrico Zanetti, e già tradotto in un emendamento di Scelta civica (primo firmatario Giulio Sottanelli).

L’obiettivo è quello di consentire a chi apre una partita Iva nel 2015 l’opzione per la tassazione con fisco ultraridotto (quella del regime con l’imposta sostitutiva al 5%) ma anche con soglia di ricavi o compensi a 30mila euro uguale per tutti. Il costo dell’operazione è stimato in 15 milioni di euro nel 2015 e di 30 milioni di euro dal 2016, su cui l’emendamento conta di trovare le coperture attraverso una riduzione del «Fondo per interventi strutturali di politica economica» (istituito dal Dl 282/2004)
Un prolungamento o, se si preferisce, un ritorno in vita del vecchio regime che sarebbe funzionale a guadagnare il tempo necessario per una revisione del forfettario da perseguire nei provvedimenti attuativi della delega fiscale attesi all’esame del Consiglio dei ministri del 20 febbraio, che dovrà anche sciogliere i nodi della soglia di non punibilità del 3% e del raddoppio dei termini di accertamento in caso di reati tributari.

L’ipotesi su cui si sta ragionando è quella di alzare le soglie dei ricavi o compensi in tutti quei casi in cui risultano particolarmente penalizzanti. Un punto di partenza potrebbe essere rappresentato dalla risoluzione pre- sentata dal Pd (primi firmatari Marco Causi e Giovanni Sanga) in commissione Finanze alla Camera con l’obiettivo di elevare la soglia per tutte le categorie che attualmente si trovano al di sotto dei 30mila euro. Una modifica che andrebbe incontro soprattutto a freelance, professionisti, agenti di commercio e autonomi dell’edilizia che si sono visti dimezzare la soglia per l’accesso e la permanenza rispetto al precedente regime.

Lo sconto sul prelievo
Non è tutto. Perché la novità più importante potrebbe riguardare l’abbattimento dell’imposta sostitutiva (così definita perché sostituisce Irpef e addizionali, Iva e Irap) dal 15% anche fino al 10 per cento. La strada per arrivare a questo sconto di prelievo passa, però, per un dietrofront sull’agevolazione contributiva concessa a commercianti e artigiani che entrano nel forfettario. In pratica, in base alle regole attuali, questi ultimi possono optare di non versare più i contributi minimi ma di calcolarli su quanto effettivamente «guadagnato» nel corso dell’anno. Esiste anche una possibile terza via (che aspetta comunque l’avallo del Governo) per evitare la vigenza dei due regimi contemporaneamente (i minimi al 5% e il nuovo forfait): introdurre le modifiche alle soglie di accesso e all’aliquota d’imposta direttamente nella conversione del decreto Investement compact (l’emendamento sarebbe inammissibile per il milleproroghe in assenza di un differimento di termini) e non intervenire più nel decreto legislativo del 20 febbraio con cui si vorrebbero rivedere le regole anche per chi è in contabilità semplificata.

I contributi
C’è poi il fronte dell’aumento dal 27% al 30% (a cui va aggiunto lo 0,72% di quota maternità) dei contributi previdenziali di professionisti e freelance iscritti alla gestione separata Inps. Un rincaro che prevede una progressione a salire anche nei prossimi anni fino ad arrivare al 33% nel 2018. Anche su questo punto le associazioni di professionisti hanno dato vita a un tam tam soprattutto via web e Twitter per sensibilizzare parlamentari e Governo a un congelamento dell’aumento. Ecco perché sono stati già presentati emendamenti al milleproroghe da parte di diverse forze politiche per mantenere l’aliquota ferma al 27% per quest’anno.

Fede fiscale

Fede fiscale

Davide Giacalone – Libero

Attenzione alla mala fede della (presunta) buona fede. Il fisco è già materia dolorosa e ingarbugliata, sicché non si sente alcun bisogno d’imbrogliarla ulteriormente. Per giunta con la pretesa di semplificarla. Sono stato fra i pochissimi che hanno difeso il senso del decreto legislativo approvato dal governo a Natale. Pur inorridendo per il successivo congelamento e trovando raccapricciante che alcune norme siano state inserite dopo il consiglio dei ministri, rendendo falso il verbale. Difendo la soglia del 3%, al di sotto della quale non scatterebbe il procedimento penale. Ma lo faccio senza ipocrisie e senza birignao inconcludenti: ha un senso se serve ad evitare il proliferare di processi in gran parte inconcludenti, spingendo il contribuente a pagare subito il dovuto. Ora, però, il presidente del Consiglio dice che varrà solo per chi evade in buona fede. Non ha alcun senso: chi è in buona fede, ovvero commette un errore, già oggi non viene punito penalmente. Il fatto è che se distinguo fra buona e mala fede occorre che ci sia qualctrno preposto a giudicare se quel singolo contribuente, per quel singolo importo non versato, si trova nella prima o nella seconda condizione. Quindi ci vuole il giudice. Quindi non c’è nessuna innovazione, perché è già così. L’innovazione sarebbe: sotto una certa soglia non me ne importa nulla se tu sei in huona o cattiva fede, paga (ammesso che tu debba pagare, perché se non è così farai ricorso avverso l’ingiunzione).

Questo è un favore a Silvio Berlusconi? Questa è una convenienza collettiva, perché diminuisce il contenzioso penale, noto per la sua lentezza, e potenzialmente aumenta il gettito fiscale. Se è un favore a qualcuno in particolare, semmai, è a quanti si ritrovano quel tipo di procedimenti penali da affrontare (e ci sono bei nomi), non a chi avrà già scontato la pena. (A proposito, e fra parentesi, quando Matteo Renzi dice, a Rtl 102.5, che solo poche decine sono gli italiani condannati a pena per questioni fiscali, si rende conto di solidarizzare con quanti sostengono essere anomala quella condanna, per giunta dopo l’assoluzione di chi stilò e firmò i bilanci incriminati?). E, comunque, se anche fosse: ma vi pare il modo di legiferare? Pro o contro che siano, le leggi per un solo caso sono riprovevoli. Aggiungono, dal governo: non si può depenalizzare la frode. Ma lo sanno che nel medesimo decreto sono depenalizzate (entro limiti) le fatture false?

Rischiano di riprodurre l’errore del Jobs Act: per i licenziamenti, si torna sempre dal giudice per sapere se sono legittimi o meno. Come oggi, tale quale. Mentre principi come il no al reintegro e il risarcimento crescente o il no al procedimento penale obbligatorio se hai pagato il 97% del dovuto, cambiano la realtà. Senza regalare nulla a chi viola le regole. Mentre supporre che sia severo chi vuole il penale e accondiscendente chi pretende la pecunia, significa non sapere nulla, ma proprio nulla, della giustizia italiana. Le imprese estere che vogliono investire in Italia sono spaventate dalla malagiustizia, mica dall’idea che non si possa evadere (in quel caso vanno a investire nei paradisi, non negli inferni fiscali).

Renzi ammise l’errore sulle partite Iva (con la triplicazione dell’aliquota sui minimi), che ha colpito proprio i giovani spinti fuori dal lavoro dipendente e stangati perché autonomi. Dice che il 20 sarà corretto. È lecito sapere come? Perché è perverso farti sapere cosa devi fare la sera prima di quando lo devi fare. Se non il giorno dopo. In questo senso l’abuso di diritto e la dichiarazione precompilata stanno trasformando i commercialisti da professionisti pagati dai clienti per far da esattori dello Stato in esattori e accertatori al servizio del fisco. Il tutto cambiando le norme mentre sono chiamati ad applicarle. Una condotta inaccettabile, certo non accompagnata da alcuna buona fede. Semmai da incapacità e dipendenza dalla cultura della burocrazia fiscale.

Renzi ci prova: ecco le sue liberalizzazioni

Renzi ci prova: ecco le sue liberalizzazioni

Filippo Caleri e Marco Valeri – Il Tempo

Abolizione del «prezzo imposto» sui libri, eliminazione del mercato di «maggior tutela» per il gas, vendita libera di medicinali di fascia C nelle parafarmacie. E ancora: rimozione dei vincoli per l’apertura di nuove farmacie, studi notarili, pompe di benzina e persino edicole; ma anche via libera a Uber (il servizio di noleggio con il cellulare), al cambiamento di operatore telefonico in tempi sprint e all’ingresso dei privati nel trasporto pubblico locale e per la creazione di nuove cliniche sanitarie. Renzi tenta il bis delle lenzuolate di Bersani o perlomeno ci prova. Insomma, lobby permettendo, sono in arrivo le «Renzuolate». Per avere l’elenco ufficiale delle nuove liberalizzazioni si deve attendere il 20 febbraio, quando il Disegno di Legge Concorrenza arriverà sul tavolo del Consiglio dei Ministri. Ma la bozza del provvedimento che circola in queste ore, datata 15 gennaio, delinea già la maggior parte degli interventi, che riguarderanno molti settori, dall’editoria all’energia, fino al sistema bancario e alle assicurazioni.

Libri più cari
La bozza prevede sia l’abolizione del prezzo imposto dall’editore, con possibili rincari, soprattutto sui libri di testo scolastici, sia l’eliminazione del tetto massimo del 15% di sconto applicabile sulla vendita di libri. In pratica viene sancita la fine dei limiti imposti dalla Legge Levi del 2011, varata in seguito alle proteste dei piccoli editori e dei librari indipendenti, preoccupati dalla concorrenza dei grandi gruppi editoriali e delle grandi catene di librerie. Preoccupazione che non scompare. Secondo Cristina Giussani, presidente del Sindacato Italiano Librai, l’intervento «è un favore ad Amazon e a tutti quei gruppi che hanno le capacità economiche per vendere libri sottocosto e mettere fuori mercato, una volta per tutte, le librerie indipendenti e i piccoli editori».

Energia
A partire dal 30 giugno 2015 scomparirà anche il servizio «di maggior tutela» del gas per i clienti domestici, nel quale le tariffe sono fissate trimestralmente dall’Autorità per l’energia. Nella stessa data cesserà anche la possibilità per le piccole imprese di aderire al servizio di maggior tutela per l’energia elettrica. Una doppia novità che porterà alla piena liberalizzazione del mercato, ma che potrebbe avere come effetto collaterale un improvviso aumento dei prezzi per i clienti un tempo tutelati. Un rischio riconosciuto anche dal Governo: nella bozza, infatti, si prevede di condurre «un monitoraggio dei prezzi durante la fase di liberalizzazione», per evitare sorprese.

Rc Auto
Moltissime le novità nel campo assicurativo. Rispuntano gli sconti obbligatori per gli assicurati che accettano di installare sulla propria auto le famose «scatole nere», i dispositivi che registrano le attività del veicolo. La nuova bozza, però, prevede sconti anche per chi accetta di sottoporre il proprio veicolo ad ispezione da parte delle compagnie assicurative. Ma cambiano anche le misure per la trasparenza e per l’assegnazione delle classi di merito, che ora prevedono aumenti meno salati del premio assicurativo per chi viene «declassato».

Farmacie e farmaci di fascia C
Il ddl Concorrenza interverrà pesantemente anche sul tessuto delle farmacie. Attualmente, infatti, la norma prevede la possibilità di aprire una farmacia ogni 3.300 abitanti. La bozza del disegno di legge prevede il dimezzamento di tale soglia, abbassandola a 1.500 abitanti, e permettendo quindi il raddoppio del numero di farmacie. Novità anche per i farmaci di fascia C con ricetta, destinati al trattamento di patologie lievi, che potranno essere venduti anche nelle Parafarmacie e nei corner dei supermercati.

Trasporti locali
Altra grande novità del sarà l’arrivo dei privati nel trasporto pubblico locale. La bozza prevede infatti che imprese diverse dal concessionario del servizio di trasporto «possano fornire servizi anche in sovrapposizione alle linee gestite in regime di esclusiva». Viene abrogato anche l’obbligo per le auto del Noleggio con conducente (NCC) di ricevere prenotazioni solo presso l’autorimessa: un divieto che stava a cuore soprattutto ai taxi, ma che ora scompare. E che facilita la vita ad Uber, il servizio di trasporto 2.0 che utilizza guidatori privati e, appunto, NCC.

Edicole, benzina e parrucchieri
Le Renzuolate prevedono, fra le tante cose, anche l’abolizione delle autorizzazioni comunali per l’apertura di nuovi punti vendita di quotidiani e periodici insieme alla rimozione dei vincoli residui all’apertura di nuovi impianti di distribuzione carburanti, e allo sviluppo del «non oil», la parte di business delle pompe di benzina che non è legata al carburante, come vendita di giornali e prodotti di altro tipo. Anche gli acconciatori saranno liberalizzati: la durata prevista dei corsi di qualificazione per accedere alla professione di parrucchiere passa dagli attuali due anni a 900 ore, mentre l’apprendistato si riduce da un anno a 300 ore.

Notai e banche
Alle banche verrà imposto di trasferire il conto corrente, quando richiesto dai clienti, presso altri istituti tassativamente entro 15 giorni. Per i notai, invece, è prevista la trasformazione del tetto minimo di 7.000 abitanti, necessario per l’apertura di una nuova posizione notarile, in un tetto massimo.