About

Posts by :

Renzi diventa il leader del rinvio

Renzi diventa il leader del rinvio

Laura Della Pasqua – Il Tempo

Dopo l’accelerazione il rinvio. Non volendo ammettere di aver abbondato nelle promesse e di non riuscire a mantenerle, Renzi non fa altro che spostare in avanti il traguardo delle riforme. Il piatto forte della legislatura avrebbe dovuto essere il decreto Sblocca Italia salvo scoprire, alla vigilia del Consiglio dei ministri, che i soldi in cassa non ci sono. Se ne riparlerà con la legge di Stabilità, è il ritornello che Renzi e la sua squadra di governo continuano a ripetere mostrando anche un certo fastidio se qualcuno gli ricorda che avevano prospettato ben altri ritmi.

A furia di rinviare e di accantonare provvedimenti che avrebbero dovuto essere prioritari per il rilancio dell’economia, la legge di Stabilità si è trasformata in un imbuto. Ma se ora i soldi per finanziare le riforme mancano e se finora nessuno ha avuto il coraggio di attuare i tagli suggeriti dal commissario alla spending review Cottarelli, sarà difficile trovare entrambi nel giro di poche settimane. La legge di Stabilità va presentata a Bruxelles il 15 ottobre e quindi va varata dal Consiglio dei ministri qualche giorno prima. Quindi Renzi ha a disposizione poco più di un mese per dare consistenza alla manovra economica. Questa, secondo la logica del rinvio, dovrebbe contenere tagli alla spesa pubblica per 17 miliardi per il 2015 che dovrebbero addirittura diventare 32 nel 2016. Un’impresa ardua.

Dovrebbe rientrare nella legge di Stabilità anche l’ampliamento della platea di chi ha diritto al bonus da 80 euro. Renzi aveva promesso che l’avrebbero avuto anche i pensionati, gli incapienti (reddito sotto gli 8 mila euro). Inoltre, altra promessa, la soglia del reddito sarebbe stata portata fino a 50mila euro l’anno. Ma questo vorrebbe dire un conto che oscilla tra 1,5 e 2 miliardi.

Rinviato anche il Jobs Act. Potrebbe vedere la luce entro la fine dell’anno. Renzi questa volta durante la conferenza stampa per il decreto Sblocca Italia, si è ben guardato dall’indicare una data precisa. Ma non doveva essere una priorità?

Slitta anche il provvedimento per i 4 mila lavoratori della scuola con quota 96, che non sono potuti andare in pensione a causa della riforma Fornero. Doveva occuparsene la riforma della pubblica amministrazione, poi il governo disse che forse con il pacchetto di misure sulla scuola si sarebbe trovata una via d’uscita. Oggi Renzi presenterà solo alcune linee guida sulla riforma della scuola e l’anno scolastico sta per cominciare.

Rinviata alla legge di Stabilità anche la regolarizzazione dei centomila precari della scuola. Uno slittamento determinato dalla mancanza di risorse. Come trovarle nel giro di un mese?

Nella manovra economica dovremmo trovare quella parte del piano casa che il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi non è riuscito ad inserire, per il solito problema di fondi, nello Sblocca Italia. Si tratta del rinnovo dell’ecobonus (lo sgravio Irpef del 65%) per le riqualificazioni energetiche degli edifici.

Rinviata al dibattito parlamentare la norma che prevede la deducibilità ai fini Irpef di una percentuale pari al 15% del prezzo di acquisto dell’immobile fino ad una soglia massima di 100mila euro. Il provvedimento è stato inserito all’interno del decreto Sblocca Italia ma con la clausola «salvo intese»: questo significa che dovrà essere ancora esaminata in Parlamento la sua opportunità di una sua applicazione alla luce delle coperture finanziarie disponibili.

Nulla di fatto ancora per il taglio delle municipalizzate. Anche in questo caso dovrà essere la legge di Stabilità ad occuparsene. Il commissario Cottarelli ha da tempo pronto tutto il piano ma l’operazione è apparsa subito molto difficile per la resistenza delle amministrazioni. Tant’è che Cottarelli ha suggerito di introdurre un meccanismo di sanzioni per colpire le partecipate recalcitranti all’abolizione. Il commissario ha addirittura prospettato la chiusura già nel 2015 di duemila municipalizzate. Infine sono slittati i tempi perla riforma della giustizia penale e per la legge elettorale. Sull’«annuncite» di Renzi è intervenuto D’Alema: il vocabolo non è un neologismo. L’Italia ne ha sofferto moltissimo: nel corso dei governi di Berlusconi era un’attività costante.

Renzi deve affamare la bestia (la P.A.)

Renzi deve affamare la bestia (la P.A.)

Marco Bertoncini – Italia Oggi

Silvio Berlusconi persevera nell’attendere gli articolati dei decreti legge (molto meno pressanti saranno i disegni di legge) prima di esprimersi pro o contro singoli provvedimenti di Matteo Renzi. Intanto, però, dal suo partito, segnatamente dal gruppo della camera con Il Mattinale, arrivano irrisioni e smentite a proposito di tempi, promesse, impegni passati e presenti di R.

Mettere a confronto le sparate sui cento giorni iniziali con le realizzazioni concrete è redditizio, in termini di propaganda. Similmente, riesce facile rilevare che i percorsi parlamentari sono l’opposto delle celeberrime imprese annunciate dal presidente del consiglio.

In sintesi, i fatti ridimensionano l’opera del rottamatore, che finora ben poco ha rottamato. Il caso delle aziende pubbliche parla da solo. R. è costretto a seguire il commissario alla riduzione della spesa, ma parzialmente e con tempi che sono l’opposto del necessario. Forse la ragione fondamentale, come però soltanto qualche isolato osservatore rileva, sta nel non voler affrontare con il necessario coraggio e ab imis i problemi economici. La strada è quella indicata da Ronald Reagan negli anni 80: affamare la bestia. Ossia togliere il sostentamento all’apparato pubblico tutto intero, dallo stato ai comuni passando per enti pubblici, regioni, partecipate. Come? Diminuendo fortemente il carico fiscale. È l’unico modo vero per tagliare la spesa pubblica. Il normale ragionamento dell’uomo politico si fonda su questo interrogativo: come posso far fronte a queste spese? La risposta passa inevitabilmente attraverso il fisco. È tutt’altra faccenda, invece, rispondere alla domanda: non avendo le entrate necessarie, quali spese devo cancellare?

L’art. 18 è come un pallone di pezza per i bambini la sera d’estate

L’art. 18 è come un pallone di pezza per i bambini la sera d’estate

Pierluigi Magnaschi – Italia Oggi

L’articolo 18 (che garantisce l’inamovibilità dal posto di lavoro di qualsiasi dipendente privato che non sia dirigente) risale allo Statuto dei lavoratori che, concepito in pieno ’68, venne poi approvato il 20 maggio 1970. Esso quindi rappresenta un mondo che, piaccia o no, non esiste più. Per dare, sinteticamente, l’idea di che mondo era, basti ricordare che, allora, era proibito importare in Italia persino un’auto giapponese. I confini nazionali erano impermeabili e le guardie di frontiera li vigilavano in armi. L’euro era ancora da venire. La Cina era un paese dove la gente moriva di fame a milioni. Il Medio Oriente (salvo periodiche tensioni con Israele) era presidiato stabilmente da feroci satrapie ossequienti al potere delle multinazionali anglo-americane del petrolio. Il mondo, nel suo complesso, era poi diviso a mezzadria fra gli Stati Uniti e l’Urss che si neutralizzavano a vicenda con l’equilibrio del terrore.

Oggi l’articolo 18, espressivo di quel mondo, è sopravvissuto a quel mondo che non c’è più. È rimasto un tabù. Che infatti raggiunge un doppio obiettivo negativo. Da una parte non difende i lavoratori e, dall’altra, allontana gli investimenti. Se l’articolo 18 difendesse i lavoratori ma, nel contempo, tenesse lontani gli investimenti, ci potrebbe essere un dibattito fra i vantaggi e gli svantaggi della sua sopravvivenza. Ma, visto che non difende i posti di lavoro esistenti, e, nel contempo, con il suo puro valore simbolico di carattere dissuasivo, compromette quegli investimenti che potrebbero contribuire a creare nuovi posti di lavoro, si capisce che il dibattito sulla sopravvivenza o meno dell’articolo 18 è puramente ideologico e non è più basato sull’analisi del dare e dell’avere.

Perché l’art.18 non difende il posto di lavoro? Primo, perché quasi metà degli occupati nel settore privato, lavorando in società che hanno meno di 15 dipendenti, non godono dalla sua protezione. Questi ultimi infatti (nell’indifferenza di tutti, sindacati in primis) sono licenziabili immediatamente, senza sostanziose indennità e senza giusta causa. Poi ci sono i dipendenti delle aziende più grosse, nei quali l’art. 18 dovrebbe operare ma che, a causa della crisi, hanno delocalizzato in altri paesi la produzione oppure hanno semplicemente chiuso l’azienda. Anche questi dipendenti, che sono centinaia di migliaia, art. 18 o no, hanno perso il posto di lavoro. Poi ci sono i giovani al di sotto dei 40 anni per i quali l’art.18 non opera perché essi sono stati assunti in base a forme contrattuali contorte che hanno salvato le capre dei sindacati con i cavoli degli imprenditori. Infatti queste assunzioni sono avvenute solo a condizione che si accettasse, per questa categorie di persone, la non copertura dell’art.18, confermando così che sindacati e parte della sinistra, che fingono di essere stretti in difesa dell’art.18, sono disposti, nei fatti, pur di tenere in vita il tabù dell’art. 18 (e sperando che i giovani non se ne accorgano), a far pagare le conseguenze della flessibilità più estrema solo alle classe giovanili per le quali, sempre per lo stesso motivo, si sta preparando anche un avvenire pensionistico miserrimo.

La difesa ad oltranza dell’art. 18 è quindi puramente formale perché la sua protezione, come si è visto, agisce solo su una larga minoranza dei dipendenti privati. Una minoranza, inoltre, che si sta restringendo a vista d’occhio con il passare del tempo, creando disparità di trattamento socialmente e politicamente inaccettabili. In compenso, l’art.18 è diventato come il pallone di pezza che i bambini di un tempo si contendevano nelle partite nel cortile durante le sere d’estate. Viene periodicamente gettato in campo, e politici, sindacalisti, opinionisti, incapaci di risolvere i problemi, si accapigliano fra di loro secondo schemi e ragionamenti arrugginiti perché sono di mezzo secolo fa. L’art. 18 infatti non è più un problema da analizzare lucidamente nei pro e nei contro ma solo una bandiera da strappare all’avversario.

Visto che l’art. 18 tutela oggi solo una minoranza di lavoratori privati (perchè la mondializzazione non consente di ingessare nessuna impresa) bisognerebbe pensare di garantire, a tutti, il diritto di essere indennizzati automaticamente, con somme e parametri contrattualmente prestabiliti, in caso di perdita del posto di lavoro. In tal modo, da una parte, il lavoratore dispone di una somma per far fronte alle necessità insorgenti fra un’occupazione e la successiva e, dall’altra, si rende costosa per gli imprenditori la decisione di interrompere un rapporto di lavoro, introducendo, a loro danno, un’onerosità che penalizza l’eventuale soggettività che, non bisogna nascondercelo, è sempre possibile. Non solo, per evitare di fare un salto nel buio (anche se non è questo il problema) si potrebbe introdurre questa nuova normativa in un’area abbastanza ampia (chessò l’Italia settentrionale) e per un periodo di tempo significativo (tre anni). Dopo, a esperimento concluso, si potrebbe decidere definitivamente, con ragione di causa. Purtroppo nessuno degli attuali difensori (putativi) dell’art. 18, vuol rischiare di vedere come andrebbe a finire. Perché, se si scoprisse che l’art. 18 punisce, più che avvantaggiare, tutti i lavoratori privati, verrebbe meno una bandiera che, fin che c’è, si può agitare con più risultati demagogici che non con un ragionamento.

Mille giorni all’alba

Mille giorni all’alba

Giuseppe Turani – La Nazione

Mille giorni per cambiare l’Italia a molti sono sembrati un’abile fuga in avanti. Un modo per non prendere impegni troppo ‘vicini ‘ e quindi facilmente verificabili. Mille giorni, però, sono probabilmente pochi. Due soli dati per capire come siamo messi male: oggi il sistema Italia, invece di produrre ricchezza, produce mille disoccupati al giorno. È un po’ come se avessimo inventato un’economia che gira all’incontrario Il secondo dato è che nella classifica mondiale dell’alta velocita su Internet (la modernità) siamo al 98esimo posto: siamo dietro alla Grecia e, se può consolarci, davanti al Kenya.

A questo si può aggiungere il fatto che sono almeno 10-15 anni che l’Italia non cresce. E questo nonostante si sia fatto larghissimo ricorso ai debiti. Gli esperti di Oxford Economics, e questa è una buona notizia, collocano il punto di svolta, dove cesseremo di andare indietro, in un momento che si colloca qualche settimana fa. Se hanno ragione, dovremmo già avere imboccato la strada buona. Ma gli stessi economisti ci dicono che nel periodo 2014-2018 la crescita media annuale dell’Italia sarà solo dello 0,9 per cento. Nel periodo successivo (2019-2023) la nostra crescita media annua dovrebbe essere dell’1,1 per cento. E prevedono, nel 2023, una disoccupazione ancora del 9,3 per cento: cioè quasi un italiano su dieci senza lavoro.

Quali siano le cose da cambiare lo si sa da sempre: meno burocrazia, meno spese folli della pubblica amministrazione, sindacati piccoli e grandi meno corporativi, una giustizia ‘umana ‘ nel senso che interviene in tempi ragionevoli). Per fare tutti questi cambiamenti bastano mille giorni? Io dico di no. Allora Renzi mente? No. Penso che speri di farci vedere qualcosa, qualche cambiamento in questi mille giorni, che ci faccia venire voglia di andare avanti davvero, smantellando l’Italia delle caste, dei ceti protetti, delle tonnellate di carta che vagano da un ufficio all’altro. Sono ottimista? Forse. Però se nessuno cambia questa Italia, questa Italia continuerà a essere una piccola cenerentola, mal sopportata dagli altri e che non garantirà niente ai giovani di oggi.

Gli imprenditori si coalizzino per cambiare l’agenda di Renzi

Gli imprenditori si coalizzino per cambiare l’agenda di Renzi

Bruno Villois – Libero

I 1.000 ipotetici futuri giorni dell’agenda del governo sono l’ultima trovata di Matteo Renzi. Il premier non passa giorno che non si inventi qualcosa per allungare la vita dell’esecutivo, avendo in mente chissà quali illtuninate idee in grado di modificare una situazione economica che non promette nulla di buono per il nostro paese. Le previsioni per i prossimi due anni per la salute della nostra economia sono tutt’altro che rosee, i più ottimisti si espongono per un complessivo aumento del Pil di 2,5 punti, gli obiettivi per meno di 2 punti e i pessimisti limitano la crescita ad un punto e poco più.

A fronte della limitata e adeguata crescita del Pil, si può prevedere un debito pubblico vicino o leggermente superiore ai 2.200 miliardi (+3% sull’attuale), gravato di interessi annui di almeno 50 miliardi di euro (qualcosina in meno se Draghi fa partire misure straordinarie a favore della ripresa). Anche dal punto di vista industriale non ci si può attendere gran che. Le principali 1.000 imprese italiane hanno ormai portato le loro produzioni entro confine, ma ben sotto il 50%, mentre Fiat, dopo la fusione con Chrysler, produrrà da noi meno del 10%, il tutto aggravato dal fatto che l’azienda pagherà le tasse non più in italia, avendo spostato la sede all’estero, esempio che sta riscuotendo, per ora, manifestazioni di interesse da parte di diversi maxi gruppi nostrani, stanche di pagare una tassazione che sfiora il 45%, interesse che potrebbe tradursi in fatti concreti già dal 2015.

Le altre principali aziende italiane di medie dimensioni, la cui attività è agganciata a forniture per Germania e Stati Uniti, potrebbero veder aumentare il rallentamento degli ordini dovuto ad un calo di domanda da parte dei due maggiori importatori di prodotti italiani. Se così fosse, ne seguirebbe una diminuzione dei tributi da parte dello Stato con significativa incidenza per i conti pubblici. Le piccole partite Iva, oltre 5 milioni, totalmente dipendenti dalla domanda di consumi interni, in assenza di politiche continuative di stimolo agli acquisti nel prossimo biennio continueranno a subire una costante diminuzione di redditività dovuta proprio alla deflazione che si è affacciata nell’ultimo mese rilevato da Istat. Senza dimenticare che la parte più debole delle Pmi, da stimarsi in circa 1/5 dei 5 milioni prima citati di partite Iva, è a totale rischio di sopravvivenza, in assenza di un deciso rilancio dei consumi.

Anche dal punto di vista bancario, nonostante le declamate attese renziane, per utilizzare i 200 miliardi di euro forniti, pro famiglie e soprattutto piccole imprese, ci si deve aspettare ben poco, per almeno due motivi: le restrittive disposizioni delle varie Basilea impediscono alle banche di concedere prestiti ad aziende che non hanno i fondamentali finanziari adeguati alla tipologia del prestito, inoltre dopo gli accantonamenti di oltre 150 miliardi di euro dovuti a perdite per crediti inesigibili, le banche italiane non andranno certo a rischiare sulla loro pelle, anche se le risorse arrivano dalla Bce. In sintesi non esistono motivi validi, a livello economico-finanziario, per tirare avanti altri mille giorni con l’attuale esecutivo.

L’unica possibilità per allungare la vita del governo è quella di concentrare ogni sforzo, sia economico-finanziario che di progettazione e programmazione, sulla realizzazione di una politica industriale e commerciale, definita nei particolari e scadenzata nei tempi, in grado di identificare i comparti e settori su cui puntare gli investimenti pubblici e attrarre quelli privati, mettendo a disposizione agevolazioni concrete per gli insediamenti e defiscalizzando i conferimenti di capitale o patrimoniale destinati alla crescita delle imprese e alla loro patrimonializzaizione, in modo da poter ottenere adeguati prestiti da parte del sistema bancario. Renzi e suoi ministri hanno rinviato a fine settembre i contenuti del programma dei mille giomi, giusto aspettare i contenuti prima di giudicare, nel frattempo le categorie economiche dovrebbero, a mio parere, coalizzarsi per chiedere di puntare su una vera e nuova politica industriale e commerciale, quale primo obiettivo del Governo.

La T-ltro e i benefici (limitati) per le pmi

La T-ltro e i benefici (limitati) per le pmi

Maximilian Cellino – Il Sole 24 Ore

Un nuovo taglio dei tassi, l’avvio di un piano di riacquisti di Abs o il tanto agognato quantitative easing in salsa europea. Il toto-Bce impazza fra operatori e analisti in vista dell’appuntamento di domani a Francoforte, con il concreto rischio che il mercato si sia forse spinto troppo in là con l’immaginazione nelle ultime settimane. Qualcosa di certo pero l’Eurotower lo ha già sulla rampa di lancio: il nuovo piano di finanziamenti a lungo termine finalizzato alla concessione di credito (T-Ltro), che prenderà il via con l’ormai prossima asta del 18 settembre e che avrà una seconda puntata a dicembre.

Da qui a fine anno sul piatto ci sono 400 miliardi, che le banche europee dovrebbero girare alle imprese e che potrebbero diventare anche mille, secondo quanto ipotizzato dallo stesso Mario Draghi, da qui al 2016 se il piano dovesse funzionare. Il punto in questione, in sostanza, è proprio questo: quanti fondi chiederanno gli istituti di credito? E soprattutto, riuscirà questo denaro a raggiungere materialmente le aziende in difficoltà per il credit crunch?

Sul primo aspetto, un recente studio di Barclays ha stimato in quasi 270 miliardi le richieste che potranno pervenire nelle prime due operazioni T-Ltro, con una preferenza per l’appuntamento di dicembre in modo da gestire in modo migliore la concomitante scadenza delle Ltro varate ormai anni fa: una cifra questa che riscuote consenso anche fra le altre banche d’affari, così come l’ipotesi che a farsi avanti siano soprattutto gli istituti della «periferia» europea, italiani e spagnoli in testa.

Obiettivamente più complicato è capire se effettivamente questa liquidità (che poi è nuova soltanto in parte, perche va a rimpiazzare raccolta già esistente, Ltro in primis) prenderà la strada dell’economia reale e servirà davvero ad aiutare migliaia di piccole imprese in affanno. Qui i dubbi sono più che legittimi, se si pensa all’utilizzo che è stato fatto degli oltre mille miliardi ottenuti attraverso le più volte citate Ltro e anche ai risultati (scarsi per ora) raggiunti dal «funding for lending» della Banca d’Inghilterra, il piano che più si avvicina ai finanziamenti vincolati che la Bce si prepara a erogare.

Alcuni sondaggi condotti nelle ultime settimane da Morgan Stanley mostra che un certo scetticismo aleggia anche fra le banche stesse, e non soltanto per la debolezza della domanda di prestiti (che spiegherebbe, secondo gli analisti, per 2/3 la contrazione del credito). C’è infatti il pericolo che quel denaro sia riutilizzato essenzialmente per rifinanziare aziende con il merito di credito più elevato (tipicamente, le più grandi) ignorando invece le Pmi che poi sono il vero obiettivo del piano.

La stessa Morgan Stanley si spinge però a stimare una possibile riduzione del costo del finanziamento per una piccola o media impresa spagnola compreso fra 30 e 80 punti base (cioè 30-80 centesimi), mentre in Italia l’impatto sarebbe più limitato (20-40 centesimi) perché la redditività inferiore delle banche di casa nostra tenderebbe di fatto a limitare il trasferimento dei benefici alla clientela. L’intervento Bce andrebbe in sostanza nella direzione giusta, servirebbe cioè a ridurre la frammentazione esistente sui mercati del credito nell’Eurozona. Non riuscirebbe tuttavia a colmare il divario esistente. Perché se è vero che in base ai dati pubblicati dalle Banche nazionali un’azienda italiana ha ottenuto a giugno un nuovo finanziamento a un tasso medio del 3,09% e una spagnola al 3,48%, è innegabile che le francesi e le tedesche paghino ancora molto meno (rispettivamente il 1,23% e 11,93%). E per i prestiti di importo inferiore al milione (3,96%) e quelli sotto i 250mila euro (4,54%), sicuramente più indicativi per le Pmi, il solco è addirittura più netto.

Per le aziende italiane qualche risparmio però ci sarebbe: ipotizzando una dinamica dei prestiti simile a quella recente (dal luglio 2013 al giugno 2014 in Italia sono stati erogati nuovi finanziamenti per quasi 385 miliardi) le T-Ltro targate Bce potrebbero comportare una minor spesa complessiva in termini di interessi compresa fra 770 milioni e 1,54 miliardi di euro. Benefici che sarebbero ovviamente più limitati sul complesso dei prestiti inferiore al milione di euro (477 milioni) e ai 250mila euro (264 milioni): non sarà forse la panacea che molti si auguravano dalle T-Ltro, ma si tratta pur sempre di un passo avanti.

La sveglia di Draghi per la politica

La sveglia di Draghi per la politica

Jean Pisani Ferry – Il Sole 24 Ore

I banchieri centrali vanno spesso fieri di essere noiosi. A eccezione di Mario Draghi. Due anni fa, a luglio 2012, il presidente della Banca centrale europea colse tutti di sorpresa annunciando che avrebbe fatto «whatever it takes», ovvero qualsiasi cosa, per salvare l’euro. L’impatto fu grande. In questi giorni Mario Draghi ha approfittato del simposio annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole, nel Wyoming, per lanciare un’altra bomba. Il suo discorso stavolta è stato più analitico, ma non meno ardito.

1) Il governatore della Bce ha preso posizione nel dibattito in corso sulla risposta politica più adeguata per far fronte all’attuale stagnazione dell’eurozona. Draghi ha sottolineato che, oltre alle riforme strutturali, bisogna sostenere la domanda aggregata e che il rischio di fare «troppo poco», supera quello di fare «troppo».
2) Draghi ha confermato che la Banca centrale europea è pronta a fare la sua parte per stimolare la domanda aggregata e ha parlato del quantitative easing, la politica di acquisto di bond, come strumento necessario in un contesto in cui le aspettative inflazionistiche sono scese sotto l’obiettivo ufficiale del 2 per cento.
3) Suscitando la sorpresa dei più, Draghi ha aggiunto che c’è spazio per una posizione fiscale più espansionistica nell’eurozona in generale. Per la prima volta, il governatore ha affermato che l’eurozona ha sofferto per l’insufficienza e l’inefficacia delle politiche fiscali di Usa, Regno Unito e Giappone attribuendolo non agli elevati deficit pubblici preesistenti, ma al fatto che la Bce non potesse fare da cuscinetto finanziario ai governi e risparmiare alle autorità fiscali la perdita della fiducia del mercato. Inoltre, ha auspicato un dibattito fra i membri dell’euro su una politica fiscale unitaria dell’eurozona.

Draghi ha infranto tre tabù in un colpo solo: 1) Ha fondato il suo ragionamento sul concetto eterodosso di un mix politico che combina misure monetarie e misure fiscali. 2) Ha parlato esplicitamente di una politica fiscale comune quando l’Europa ha sempre ragionato solo su base nazionale. 3) La sua affermazione secondo la quale impedire alla Bce di agire come prestatore di ultima istanza comporta uno scotto elevato – rendendo vulnerabili i governi e riducendo il loro spazio fiscale – contraddice il principio secondo il quale la Banca centrale non deve sostenere il prestito ai governi.

Il fatto che Draghi abbia scelto di sfidare l’ortodossia, in un momento in cui la Bce ha bisogno di sostegno per le proprie iniziative, fa capire quanto sia preoccupato per la situazione economica dell’eurozona. Il suo messaggio è che il sistema politico, così come funziona attualmente, non è adatto alle sfide che si prospettano all’Europa, e che sono necessari ulteriori cambiamenti politici e istituzionali. Ora resta da vedere se – ed eventualmente come – questo coraggio a parole si tradurrà in un’azione politica. Ci sono sempre meno dubbi sui benefici del quantitative easing da parte della Bce, quella misura che è stata a lungo considerata come troppo “non convenzionale” per essere contemplata, ha gradualmente guadagnato consensi. A livello operativo sarà difficile da attuare perché la Bce, a differenza della Federal Reserve, non può contare su un mercato obbligazionario unificato e liquido, e la sua efficacia resta incerta. Ma con buona probabilità si farà.

Al tempo stesso ci sono pochi dubbi sul fatto che la politica fiscale non soddisferà le aspettative di Draghi. In Europa manca una visione comune su una politica fiscale e il cuscinetto che la Bce potrebbe offrire agli Stati sovrani può essere concesso solo ai Paesi che s’impegnano ad adottare una serie di politiche negoziate. Persino questo sostegno condizionato nel quadro del programma di Outright monetary transactions (Omt) della Bce è stato osteggiato dalla Bundesbank e dalla Corte costituzionale tedesche. L’iniziativa di Draghi su questo fronte andrebbe così interpretata non solo come un’esortazione a passare all’azione, ma anche e forse ancora di più, come un’esortazione a riflettere sull’approccio futuro della politica europea. La questione è la seguente: come può l’eurozona definire e attuare una politica fiscale comune senza avere una politica di bilancio comune?

L’esperienza internazionale mostra che il coordinamento volontario serve a poco. Quanto è accaduto nel 2009 è stata una rara eccezione; crolli come quello seguito alla bancarotta di Lehman Brothers – così improvvisi, nefasti e fortemente simmetrici – si verificano una volta in decine e decine di anni. All’epoca, tutti i Paesi si sono trovati praticamente nella stessa situazione e tutti hanno condiviso la stessa preoccupazione che l’economia globale potesse scivolare in una depressione. Oggi il problema dell’Europa, per quanto serio, è diverso: un significativo sottogruppo di Paesi non ha uno spazio fiscale in cui muoversi e non sarebbe così in grado di sostenere la domanda. E, anche se la Germania sta andando molto meglio di tutti ed è dotata di uno spazio fiscale, non intende usarlo a beneficio dei suoi vicini di casa. Se deve essere intrapresa un’azione fiscale congiunta, occorre mettere in atto un meccanismo specifico per farla partire. Si potrebbe pensare a una procedura decisionale congiunta che, in alcune condizioni, prevedesse l’approvazione del Parlamento nazionale e di una maggioranza di Paesi membri (o dal Parlamento europeo) per le normative sul bilancio.

Oppure si potrebbe pensare a un meccanismo ispirato ai permessi di deficit negoziabili immaginati da Alessandra Casella della Columbia University: ai Paesi verrebbe concesso un permesso sul debito, ma sarebbero liberi di negoziarlo. Un Paese che mira a registrare un deficit minore potrebbe così decidere di cedere il suo permesso a un altro che intende registrarne uno più elevato. In questo modo sarebbe raggiunta la soglia comune prevista pur venendo incontro alle preferenze nazionali. Qualsiasi meccanismo del genere pone una serie di domande, ma il fatto che sia l’autorità responsabile dell’euro a sollevare la questione fa capire come l’architettura della moneta comune sia ancora in divenire. Pochi mesi orsono, erano tutti d’accordo sul fatto che fosse ormai superato il momento di ripensare l’euro e che l’eurozona avrebbe dovuto convivere con l’architettura ereditata dalle riforme attuate con la crisi. Ora non è più così. Potrebbe volerci del tempo prima di raggiungere un accordo e prendere delle decisioni, ma il dibattito riprenderà. E questa è una buona notizia.

Il settembre nero dei negozi, due chiusure ogni apertura

Il settembre nero dei negozi, due chiusure ogni apertura

Paolo Baroni – La Stampa

Arriva settembre, finiscono le ferie, e molte serrande restano abbassate. A chiudere (per sempre) sono bar e ristoranti, negozi di abbigliamento e librerie, imprese che magari hanno una lunga storia imprenditoriale alle spalle ma anche attività nate anche da poco: spesso chiudono in sordina, a volte per pudore non lo comunicano nemmeno alle loro associazioni. «Per molti – spiegano alla Confesercenti – la chiusura del negozio in cui hanno lavorato tutta la vita, magari insieme alla famiglia, è una sconfitta personale. Per questo qualcuno approfitta delle ferie per chiudere».

I primi dati elaborati da Confesercenti ci dicono che tra luglio e agosto, nel settore del commercio, per ogni nuova impresa che ha aperto i battenti ben due li hanno chiusi. E quel che è peggio è che questi dati (2.603 aperture a fronte di 5.463 chiusure) replicano quelli del 2013, che fino a ieri risultava in assoluto l’anno peggiore di sempre. Oggi – denuncia Confesercenti – un’impresa su 4 dura addirittura meno di tre anni: a giugno 2014 oltre il 40% delle attivita aperte nel 2010 – circa 27mila imprese – è già sparito bruciando investimenti per circa 2,7 miliardi.

È crisi nerissima insomma: confermata anche dallo stallo dei consumi, che in sei mesi ha già fatto perdere al terziario altri 2,2 miliardi di euro di fatturato, e da una pessima stagione dei saldi, che quest’anno si sono rivelati un vero flop, con una riduzione delle vendite (stime Codacons) del 5-8% e una spesa media per famiglia che non supera i 65 euro.

In base ai dati dell’Osservatorio Confesercenti relativi ai primi sei mesi solo il commercio ambulante fa segnare un leggero miglioramento, si arresta la corsa delle vendite on line (82 nuove imprese avviate nei primi sei mesi dell’anno contro le 530 del 2013), mentre tutto il resto va male. A cominciare dai ristoranti (saldo negativo per 2.500 unita) che traina all’ingiù tutto il comparto del turismo, che già prima di questa pessima estate presentava un saldo negativo di 6mila imprese tra

hotel, bar, ecc. doppio rispetto al 2013. Poi vanno molto male il commercio in sede fissa (-14mila), i negozi di sigarette elettroniche (4 chiusure ogni nuova apertura), l’abbigliamento (-3300) e le rivendite di giornali (4 chiusure/2 aperture). Tra le regioni più colpite ci sono la Sicilia (15 chiusure al giorno e solo 5 aperture) ed il Lazio (6 aperture ogni 15 chiusure). Tra le grandi citta malissimo Roma, che ha fatto segnare un saldo complessivo negativo di 1.111 imprese nel solo settore del commercio in sede fissa, seguita da Napoli (-812) e Torino (-543).

«L’avvio del 2014 è stato peggiore di quanto ci aspettassimo – commenta il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni -. Siamo entrati nel terzo anno di crisi e molte imprese semplicemente non ce la fanno più, schiacciate dalla diminuzione dei consumi e l’aumento della pressione fiscale». Spaventa, inoltre, «la doppia batosta Tari/Tasi», senza contare poi i «danni» delle liberalizzazioni introdotte da Monti: dovevano rilanciare consumi e occupazione e si sono rivelate «un vero flop: i previsti effetti benefici sono tuttora “non pervenuti”, ed il settore ha perso oltre 100mila posti, registrando allo stesso tempo 28,5 miliardi di minori consumi da parte delle famiglie».

La paralisi delle riforme, mancano all’appello 700 decreti attuativi

La paralisi delle riforme, mancano all’appello 700 decreti attuativi

Valentina Conte e Roberto Mania – La Repubblica

Si fa presto a dire riforme: solo per attuare quella della pubblica amministrazione del ministro Marianna Madia ci vorranno almeno 77 decreti attuativi. Ventisei – ha calcolato la Cgil – per applicare, entro dodici-diciotto mesi, il decreto convertito in legge e pubblicato già sulla Gazzetta ufficiale (quello sulla mobilità degli statali, per capirci) e ben 51 per il disegno di legge delega (il “cuore” della riforma) che deve ancora cominciare il suo iter parlamentare. Tempi lunghi, insomma, al di là della promessa, e degli sforzi, della Madia di rendere totalmente operativo il decreto entro la fine di quest’anno. Anche per il Jobs Act di Giuliano Poletti serviranno per ciascuno dei cinque articoli di cui è composta la legge delega «uno o più decreti legislativi». Dunque almeno cinque. Senza pensare che tra sessanta giorni, altri due decreti legge – giustizia sui processi civili e Sblocca Italia – saranno leggi bisognose di attuazione. E dunque di regolamenti ministeriali. Passo dopo passo, la montagna si è stratificata a tal punto che per dare compimento a tutti i provvedimenti dei governi della Grande Crisi – Monti-Letta-Renzi – servono ancora 699 decreti attuativi, come confermato ieri dallo stesso Renzi e da Maria Elena Boschi, ministro (appunto) per l’Attuazione del programma.

Il passaggio delle riforme dalla carta all’attuazione pratica non è mai lineare e soprattutto non è mai veloce: le Province, per dire, sono ancora vive e vegete. La legge Delrio le avrebbe cancellate, ma senza i relativi decreti attuativi è come se le norme fossero scritte sulla sabbia. I decreti per la loro abolizione dovevano arrivare a luglio, ora tutto è slittato a questo mese. Vedremo. Ma questo è il nostro sistema di produzione legislativa nel quale solo una parte del compito spetta a Parlamento e governo mentre tutta la parte applicativa viene delegata ai “potenti” uffici ministeriali. L’ha scritto Sabino Cassese, uno dei maggiori studiosi italiani del diritto amministrativo: «Ma chi è il legislatore? Formalmente il Parlamento, nei fatti le burocrazie operanti sotto il comando del governo. Per lunghi periodi della storia italiana, attribuzione di pieni poteri al governo, controllo dei governi sul Parlamento, deleghe del Parlamento all’esecutivo hanno consentito alle burocrazie e ai governi di legiferare. Quasi nessuna delle grandi leggi della storia italiana è prodotto del solo Parlamento».

D’altra parte – è il governo Renzi che lo certifica nel suo “Monitoraggio sullo stato di attuazione del programma di governo“ aggiornato al 7 agosto scorso – il 62% dei provvedimenti legislativi varati dall’attuale esecutivo ha bisogno per essere effettivamente attuato di altri decreti, visto che meno della metà (precisamente il 38%) si applica da solo: in termini assoluti, su 40 solo 15 sono autoapplicativi. Risultato: servono 171 regolamenti. In percentuale il governo Renzi si muove nella media dei suoi predecessori. È stato infatti il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle sue ultime Considerazioni, a ricordare come delle 69 riforme approvate dai governi tra il novembre del 2011 (quando si insedia l’esecutivo di emergenza guidato dal professor Mario Monti) all’aprile del 2013 (governo di Enrico Letta) solo la metà era stata realizzata a dicembre 2013. Anche questo incide sulla nostra scarsa competitività. Ancora oggi, alla vigilia della nuova legge di Stabilità, mancano all’appello 59 provvedimenti attuativi della legge di Bilancio del governo Letta. Di più: per 25 di quei provvedimenti è addirittura scaduto il termine entro il quale andavano adottati.

Il decreto soprannominato enfaticamente “Decreto del fare” è rimasto al palo per circa la metà dei previsti decreti attuativi: su 79 ne sono stati adottati 40. Ne mancano ancora 39 per 12 dei quali sono pure scaduti i termini temporali. Pensiamo se fosse stato chiamato con un altro nome… Pessima la performance del “Destinazione Italia”: dei 32 decreti attuativi richiesti ne mancano ancora 26, dunque ne sono stati applicati solo sei. Continua ad essere in affanno anche il “Salva Italia” (governo Monti, fine 2011): mancano tuttora 12 decreti attuativi per cinque dei quali è scaduto il termine. Nel complesso ci sono ancora 258 provvedimenti amministrativi da adottare per rendere completamente operative le leggi varate dal governo Monti; 273, invece, per quelle del governo di Enrico Letta. In tutto ce ne sono da varare ancora 531 (ieri la Boschi ha detto che sono scesi a 528) relativi ai precedenti governi che sommati ai 171 dell’esecutivo Renzi fanno 702 decreti mancanti al 7 agosto, ora diminuiti a 699.

Come sempre, in questa lunga stagione di crisi economica, la parte del leone la fa il ministero dell’Economia: sono 36 su 171 i provvedimenti che devono essere definiti dalla struttura guidata da Pier Carlo Padoan. Segue il ministero dell’Ambiente con 24 e poi la presidenza del Consiglio dei ministri con 22. Vero è che il governo Renzi ha smaltito un arretrato del 40% targato Monti-Letta da quando si è insediato, a febbraio (889 provvedimenti da approntare, portati in agosto a 531, ora a 528). Innalzando così la percentuale di attuazione rispettivamente di 12 punti percentuali (governo Monti al 64%) e ben 23 punti (governo Letta al 37%, poco più di un terzo).

Ma ciò che colpisce è l’incredibile vacanza di decreti per leggi importanti, ormai “datate”. È il caso ad esempio della legge Fornero del lavoro, la molto discussa 92 del 2012. Ebbene, anche in questo caso mancano all’appello sei decreti attuativi su 16. Nel frattempo però, si sono succeduti ben due governi, l’attuale ha già modificato la disciplina dei contratti a termine e si appresta a varare il nuovo Codice del lavoro tramite il Jobs Act. La stratificazione normativa e la corsa a legiferare ad ogni costo portano a questi paradossi. Negando benefici concreti a chi poi deve applicare le regole, vecchie e nuove. Anzi aggiungendo confusione e favorendo conflitti interpretativi. Per rimanere nel campo del lavoro, c’è da segnalare l’assurda storia del credito d’imposta previsto dal decreto Sviluppo 83 del 2012 (“Misure urgenti per la crescita del Paese”), entrato in vigore il 26 giugno di due anni fa e predisposto dall’allora ministro Corrado Passera. La norma assicura benefici fiscali (un abbattimento del 35% del costo aziendale per un massimo di dodici mesi) a quelle imprese che assumono a tempo indeterminato ricercatori, laureati o dottorati per svolgere attività di ricerca e sviluppo. Ecco, fino a pochi giorni fa questo bonus non era operativo, pur essendo previsto da una legge dello Stato. L’attuazione era demandata al solito decreto interministeriale da emanare entro 60 giorni. Decreto arrivato il 23 ottobre 2013 (oltre un anno dopo, governo Letta) che a sua volta prevedeva un “decreto direttoriale” del ministero dello Sviluppo, firmato il 28 luglio scorso (governo Renzi) e pubblicato in Gazzetta ufficiale solo il 9 agosto scorso. Oltre due anni dopo la legge che lo istituisce, “urgente” e “per la crescita del Paese”. Con una disoccupazione giovanile alle stelle, la fuga dei cervelli e la spesa in ricerca ai minimi storici, passaggi burocratici biblici come quelli descritti lasciano davvero attoniti.