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Quei dubbi di Marchionne

Quei dubbi di Marchionne

Dario Di Vico – Corriere della Sera

Anche Sergio Marchionne comincia ad avere qualche dubbio. In questi mesi l’amministratore delegato della Fiat, quando ha potuto, non ha mancato di far sentire il suo appoggio a Matteo Renzi, in pubblicoe in privato. Solo per ricordare un episodio vale la pena tornare a Trento, al festival dell’Economia di inizio giugno, quando Marchionne si era disciplinatamente seduto ad ascoltare e ad applaudire l’intervista-fiume del premier con Enrico Mentana. Ieri invece dal palco di un’altra manifestazione, il meeting di Rimini, i toni sono stati differenti. Quegli accenni agli scarsi risultati ottenuti dal governo e ai tanti compromessi ai quali ha dovuto soggiacere segnano sicuramente uno slittamento di opinione. Un giudizio sui provvedimenti e le amnesie che vale molto di più dei commenti che pure Marchionne ha elargito sulle strategie di comunicazione. Anche a lui la copertina dell’Economist non è piaciuta neanche un po’ ma non avrebbe replicato – ha chiosato -, avrebbe fatto a meno di organizzare la gag con il gelato e il carretto.

Prima di Marchionne a prendere le distanze da Renzi era stato un altro protagonista della vita economica italiana, che pure aveva guardato con favore al nuovo governo e al protagonismo del giovane Matteo, Diego Della Valle. In pieno agosto quando il governo combatteva in Senato per far passare il provvedimento di revisione Mister Tod’s aveva rivolto un inusitato appello al capo dello Stato chiedendogli di evitare che a cambiare la Costituzione fosse «l’ultimo arrivato, seduto in un bar con un gelato in mano a decidere cosa fare». Non sapremo mai con certezza se la direzione dell’Economist abbia rubato a Della Valle l’immagine del giovane premier con il gelato ma alla fine è andata così. E comunque quella presa di distanza da Renzi, che l’imprenditore marchigiano aveva seguito con attenzione sin dai suoi primi passi da sindaco, ha generato comunque sensazione.

Marchionne e Della Valle oltre ad essere due esponenti di primo piano dell’industria italiana ne rappresentano anche la parte che più si confronta con la concorrenza, che non vive di tariffe e riconoscimenti governativi e quindi è più libera ed esplicita nella formulazione dei giudizi. Pro o contro che siano. Ma quale orientamento prenderà Giorgio Squinzi che gli imprenditori li rappresenta tutti, quelli globali e quelli non, e che aveva contribuito a dare una spallata al governo Letta? Il presidente della Confindustria ha parlato anche lui a Rimini, appena 24 ore prima di Marchionne: non ha mai citato Renzi e il suo governo ma ha usato parole dure come pietre. Con riferimento alla sostenibilità del welfare ha scandito che «il nostro Paese ha tenuto finora un tenore di vita che non si può più permettere». Ha chiesto poi «provvedimenti straordinari a costo dell’impopolarità» ma soprattutto ha fatto capire che a questo punto si aspetta che l’esecutivo espliciti un disegno strategico, delinei un orizzonte per il Paese e non viva alla giornata. Squinzi parlerà anche stasera alla Festa nazionale dell’Unità a Bologna, da ospite sarà molto attento a calibrare le critiche verso i padroni di casa ma un giudizio netto sullo sblocca Italia probabilmente lo emetterà e sarà drastico: alla fine non c’è un euro in più di investimento pubblico.

Se questo è il catalogo delle disillusioni imprenditoriali e delle critiche (di merito) confindustriali, in attesa delle decisioni di Andrea Guerra in uscita da Luxottica, sono due i capi-azienda che sembrano conservare intatta la loro stima verso Renzi. Il primo è Oscar Farinetti di Eataly secondo il quale il governo «ha fatto 3-4 mosse giuste» e anzi a questo punto dovrebbe dare altre «due bastonate» imponendo, ad esempio, un tetto massimo di 3 mila euro alle pensioni. L’altro è Pier Silvio Berlusconi, che prima dell’estate aveva esplicitamente dichiarato di tifare per Renzi e nei giorni scorsi, con il conforto di Fedele Confalonieri e Ennio Doris, ha ribadito a papà Silvio la sua assoluta fiducia nell’inquilino di Palazzo Chigi.

In economia dobbiamo rimontare la classifica

In economia dobbiamo rimontare la classifica

Romano Prodi – Il Messaggero

Sarà stato il tempo autunnale di questa strana estate ma è certo che le ferie estive non hanno dissolto nessuna delle nebbie che gravano sull’economia mondiale. L’Asia continua a tirare ma con qualche incertezza in più, gli Stati Uniti hanno rallentato la loro crescita, molti Paesi in via di sviluppo stanno perdendo l’energia degli ultimi anni (persino il muscoloso Brasile va sotto zero) e l’Europa non si sveglia dal suo lungo sonno, anche perché la tensione ucraina, con le conseguenti chiusure del mercato russo, completa il quadro negativo di questa stagione.

Sarebbe tuttavia inappropriato attribuire principalmente alle tensioni politiche il cattivo andamento dell’economia europea: la nostra crisi ha radici lontane e ben poco è stato fatto per cambiare direzione. Per più di un anno e mezzo abbiamo ripetuto con noiosa monotonia che la crescita tedesca, fondata esclusivamente sulle esportazioni, non poteva avere vita lunga e che la Germania avrebbe potuto svolgere il suo ruolo di locomotiva dell’Europa solo se avesse iniettato nuovo potere d’acquisto nel suo mercato interno.L’illusione che la virtù germanica fosse più forte di ogni regola economica, che l’inflazione rimanesse l’eterno grande nemico e che i mercati esteri avrebbero per sempre sostenuto la crescita, ha impedito alla Germania di svolgere il ruolo di locomotiva che la sua dimensione economica e la sua responsabilità politica avrebbero dovuto comportare.

Finite le ferie estive ci accorgiamo di due nuove realtà. La prima è che la Germania non solo non è più in grado di fare da locomotiva ma ha cominciato ad essere un freno e che le previsioni dei suoi operatori economici peggiorano di giorno in giorno. Gli investimenti tedeschi veleggiano ormai verso un minimo storico, nonostante la necessità di recupero sia del settore pubblico che di quello privato. La seconda è che non solo non esiste alcun pericolo di inflazione ma che siamo ormai in piena deflazione. L’aumento dei prezzi non raggiungerà in ogni caso il mezzo punto all’anno mentre l’obiettivo della Banca Centrale Europea lo fissava intorno al due per cento.

Nessuna seria correzione è in vista né da parte delle autorità europee né dei singoli governi dell’Unione. È vero che il nuovo presidente della Commissione Juncker ha sottolineato la necessità di dare una spinta allo sviluppo ma poi si è dovuto accontentare di mettere a disposizione dell’intera UE una somma di cento miliardi all’anno per tre anni. Un passo nella direzione giusta ma non paragonabile a quello che fece Obama quando, per contrastare la crisi, iniettò nel sistema economico americano ottocento miliardi di dollari in un solo colpo. Quanto alla politica dei singoli Paesi, i messaggi di fine agosto sono a dir poco contrastati: in Francia il ministro dell’Economia è stato licenziato perché reputato uno spendaccione contro l’austerità mentre in Austria il “falco” Spindelegger si è dimesso per l’opposto motivo.

Il ruolo di armonizzare le diverse politiche ricade ancora una volta sulle spalle della BCE, anche se essa ha poteri assai più limitati di quelli della sua consorella americana. Nella cacofonia europea le parole di Draghi sulla necessità di utilizzare “una maggiore flessibilità nell’ambito delle regole esistenti” in modo da aiutare la ripresa e diminuire i costi delle riforme strutturali hanno fatto compiere un salto in alto a tutte le borse ed hanno contribuito ad abbassare i differenziali dello “spread” fra i titoli pubblici dei diversi Paesi europei. Una risposta positiva dei mercati al messaggio della BCE, nella convinzione che il cambiamento di politica europea fosse maturo, dato che la ripresa europea era ormai divenuta una condizione essenziale anche per la ripresa della crescita germanica.

A porre fine a queste illusioni ci ha pensato rapidamente il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Shauble, che ha brutalmente affermato che Draghi è stato male interpretato. Per rincarare la dose il responsabile dell’economia tedesca ha aggiunto che la BCE ha già usato tutti gli strumenti che essa ha disposizione nella lotta contro la deflazione e che quindi deve starsene buona. In poche parole la Germania non solo non intende cambiare politica aiutando a fermare il declino europeo ma dice a Draghi di non fare nulla perché ormai è andato oltre i suoi compiti.

Gli osservatori internazionali (a cominciare dall’Economist) pensano che una situazione di questo genere possa portare a una nuova crisi dell’Euro. Io non lo penso anche perché Draghi ha ancora molte armi da usare per combattere la recessione e ha ripetutamente espresso la volontà di usarle. In questo quadro tuttavia non mancheranno le tensioni e, come ben sappiamo, le tensioni speculative sono selettive e tendono a colpire i Paesi a uno a uno, cominciando dall’ultimo della classe. Purtroppo, tra i grandi membri dell’UE, noi siamo ancora gli ultimi della classe. È bene prenderne nota e reagire con serietà e con rapidità.

Adesso Draghi spari forte con il bazooka

Adesso Draghi spari forte con il bazooka

Carlo De Benedetti – Il Sole 24 Ore

Il giorno del segno meno davanti all’indice dei prezzi è arrivato anche per l’Italia. Il triste club europeo dei Paesi a inflazione negativa si allarga ed è chiaro da mesi che il problema riguarda l’Europa tutta. Quando due anni fa cominciai a lanciare l’allarme con gli articoli che il Sole ha gentilmente ospitato, sapevo di costituire una voce isolata, fuori dal mainstream economico. Tuttavia mai avrei pensato che saremmo scivolati in deflazione senza che nessun serio sforzo fosse messo in campo.

E invece è accaduto proprio questo. Ancora in questi mesi, in tutti i documenti ufficiali delle banche centrali si è letto del pericolo della bassa inflazione non della deflazione. È come se quella parola desse fastidio. Non c’è da sorprendersi allora se l’obiettivo che la Bce dovrebbe perseguire, cioè quello di una inflazione vicina al 2%, sia rimasto il più dimenticato, e quasi sconosciuto ai più, tra i parametri economici europei. Come siamo arrivati alla deflazione se il parametro di riferimento era il 2%? Perché non si è visto quel piano inclinato che avrebbe portato l’Europa all’accoppiata tragica deflazione/recessione?

Oggi sento dire che l’Europa ha una cultura anti-keynesiana, mi sembra francamente una sciocchezza. Ma di sicuro in Europa tutti coloro che in questi anni hanno avuto e hanno le leve della politica economica e monetaria si sono formati in una stagione in cui l’inflazione, non la deflazione, era il pericolo pubblico numero uno. È come se il loro Dna fosse predisposto per lanciare segnali di allarme solo quando l’indice dei prezzi tende all’insù. Se i prezzi sono freddi poco male, forse meglio. Ecco allora che gli uffici studi delle banche centrali e dei grandi organismi internazionali hanno continuato a sovrastimare gli andamenti sia della crescita sia dell’inflazione. L’economia continentale gelava e la Bce continuava ad avere nelle sue previsioni di medio termine prezzi in tensione verso l’aumento. Intanto l’interesse nazionale della Germania a tenere un euro forte e gli squilibri determinati dalla bilancia dei pagamenti tedesca facevano il resto. Ecco allora che dietro la deflazione di oggi c’è un mix esplosivo di cultura economica inadeguata e di interesse nazionale, di una sola nazione intendo.

Fatto sta che non si è voluto vedere quello che era sotto gli occhi di tutti. Sarà che ho imparato da anni a fidarmi più delle analisi di qualche vecchio e buon amico che lavora alla Fed, ma non era davvero difficile vedere quello che stava accadendo. Bastavano considerazioni di pura logica. È evidente che se diminuiscono i soldi per i consumi (salari fermi), e dunque non esistono ragioni per le imprese per aumentare la produzione in mercati calanti, aumenta la disoccupazione e diminuiscono i prezzi. Se poi questa dinamica si inquadra nella logica della globalizzazione, per cui tanta parte delle cose che consumiamo vengono prodotte altrove da alcune centinaia di milioni di lavoratori che sono stati inclusi di fatto nel nostro ciclo produttivo e che hanno salari proporzionati al costo della vita dei loro paesi d’origine, non era difficile prevedere gli esiti di oggi. Il problema è che ora ci siamo dentro. E tutto diventa maledettamente più difficile. È la logica distruttiva della deflazione: un avvitarsi verso il basso da cui è difficilissimo uscire. E la difficoltà per noi europei è doppia, proprio per la mancanza di know-how specifico di un’intera classe manageriale e politica che non ha mai dovuto confrontarsi con questo problema.
Pragmaticamente, allora, mi sembra opportuno in questa situazione seguire, se pur con ritardo, la politica di altre banche centrali. E non mi riferisco solo alla Fed che ha struttura e compiti diversi, ma anche alla politica espansiva della Banca d’Inghilterra, che ha contribuito non poco a fare del Regno Unito l’economia più efficiente dei G7, sia in termini di crescita che di rischio di deflazione.

Con il discorso di Jackson Hole Draghi ha dimostrato di avere coscienza del problema. È un’intelligenza politica vivida quella del nostro Mario e ne comprendo la prudenza. I tedeschi della Bundesbank sono lì a presidiare i propri interessi e la propria cultura: la reazione del ministro tedesco Wolfgang Schäuble, del resto, ha fatto capire a tutti i vincoli che frenano il presidente della Bce sulla strada dell’allentamento quantitativo. Perciò Draghi ha bisogno di un sostegno ampio e coraggioso perché la Bce proceda a un acquisto di titoli, anche americani, senza precedenti.

Come scriveva ieri il Sole 24 Ore, usciremo dal tunnel in cui ci siamo infilati se ciascuno farà la sua parte: se i governi nazionali faranno le riforme strutturali per rendere le economie nazionali più competitive, se l’Europa varerà una politica massiccia di rilancio di investimenti, se si utilizzerà tutta la flessibilità possibile nei trattati continentali, se la Bce userà tutte le sue armi contro la deflazione. Ma tutto questo funzionerà se si avrà il coraggio di uscire immediatamente da una visione macroeconomica chiaramente sbagliata. La deflazione è un problema nuovo per l’Europa, va affrontato con spirito nuovo. E il bazooka, in questo senso, ce l’ha ancora Francoforte. Che spari subito. E molto forte.

L’Italia sembra incapace di reagire

L’Italia sembra incapace di reagire

Sergio Marchionne – Il Sole 24 Ore

«Non sopporto più di vedere gente con il gelato in mano, barchette e cavolate varie, gli italiani sono bravi». Lo dice Sergio Marchionne, a margine del suo intervento al Meeting di Rimini di cui pubblichiamo un ampio stralcio.

L’Italia ha l’urgenza, l’assoluta necessità di intervenire per colmare il divario competitivo che la separa dagli altri Stati europei. Saranno almeno dieci anni che dico che abbiamo bisogno d’interventi strutturali, di riforme profonde, che hanno come obiettivo il riposizionamento della competitività del Paese. E chiaramente non sono né il primo né l’ultimo a dirlo.

Ma la realtà è che poco si è mosso. Il sistema sembra totalmente incapace di reagire. Per qualche strano motivo, in Italia – anche di fronte alla recessione e alle sofferenze provocate dalla crisi, un tasso di disoccupazione al 12,6 per cento, una realtà che vede quasi il 43 per cento dei giovani sotto i 24 anni senza lavoro – ci comportiamo come fossimo un’isola felice, dove ciò che esiste deve essere salvaguardato ad ogni costo.
Il nostro Paese continua a vivere chiuso nella sua boccia, incapace di vedere e affrontare le realtà più ovvie, inerte di fronte alla richiesta di modernità di un mondo globale. Abbiamo passato vent’anni a far finta di fare le riforme. Non abbiamo adeguato il nostro sistema di protezione sociale ai cambiamenti del mondo e della società. Non abbiamo modificato la struttura dei costi di gestione.

Non siamo neppure stati capaci di approfittare degli enormi benefici dell’adesione all’euro. Benefici che derivano dalla riduzione degli interessi pagati sul debito pubblico e che si sarebbero dovuti usare per finanziare il programma di riforme. Abbiamo vissuto pensando che il nostro Paese potesse andare avanti prendendo solo se stesso o il proprio passato come riferimento. Abbiamo indirizzato le nostre risorse ad alimentare una dialettica distruttiva, che ha progressivamente indebolito il quadro d’istituzioni e di regole su cui è fondata la nostra nazione. Ci siamo costruiti da soli quell’handicap che oggi tiene lontani gli investitori stranieri, erode la crescita dei salari e mette a rischio le prospettive di lavoro e il tenore di vita delle generazioni presenti e future.

Siamo stati noi il nostro più grande nemico. Quando dico «noi», intendo davvero tutti: chi ha governato il Paese; quegli imprenditori che, in un modo o nell’altro, si sono resi complici dell’inerzia; e quelle tenaci forze di conservazione, di destra e di sinistra, che sono ancora radicate in tanta parte della società. Per chi, come la Fiat, vive e si nutre di trasformazioni continue, guardare un sistema immobile, l’incapacità di accettare – o peggio ancora – di avviare il più piccolo cambiamento… è qualcosa d’inconcepibile.

Riponiamo la massima fiducia nel governo. Lo abbiamo fatto con gli ultimi tre e lo continueremo a fare. Ma la verità è che finora, chiunque abbia guidato il Paese, si è scontrato con un muro di gomma ed è stato costretto a svolgere un ruolo quasi amministrativo. Risultati concreti ne abbiamo visti molto pochi. Compromessi tanti. Iniziative che sono partite bene e poi sono sfociate in una gara al ribasso, con l’obiettivo di toccare meno interessi possibili, di minimizzare gli effetti di qualunque decisione. In un sistema del genere, preoccupato più di conservare se stesso e di alimentare il proprio potere, forse non cambierà mai nulla.

Il presidente Renzi ha di fronte a sé un ruolo arduo e ingrato. Ma è determinato e coraggioso nel voler demolire le forze di resistenza al cambiamento e alle riforme. Nei pochi incontri privati, l’ho incoraggiato a proseguire il suo programma riformatore senza curarsi del clamore e degli attacchi. La sua missione è importante, molto più importante del rumore e della polvere sollevata dagli oppositori. Tutti quanti dobbiamo prendere coscienza della realtà se vogliamo creare nuovi termini di riferimento e avviare nuovi comportamenti. Dobbiamo smettere di aspettare il miracolo. Non possiamo più permetterci di vivere nella perenne attesa che il sistema venga riformato. Se e quando succederà, se le riforme di cui sentiamo parlare da alcuni decenni fossero finalmente varate, saremmo i primi a salutarle con gioia. Ma non possiamo riporre tutte le nostre aspettative e le nostre speranze su un sistema che pare immobile.

A chi si è iscritto alla scuola della rassegnazione – e sono certo che negli ultimi 40 anni qualcuno ha preso anche la laurea – vorrei dire: il futuro non dipende da nessun altro se non da noi. Per chi, invece, aspetta che la soluzione venga dall’alto, che le linee guida del cambiamento arrivino dalle stanze del cosiddetto potere, ho una notizia. Temo non succederà domani mattina. Dovete diventare voi stessi promotori di quel cambiamento che volete vedere nella società. L’idea di poter cambiare le cose rimarrà un’utopia fino a quando ciascuno di noi non deciderà di fare la propria parte. Dobbiamo alzarci ogni giorno e decidere di fare qualcosa in modo diverso da quello che abbiamo fatto finora, nel nostro lavoro come nella vita. Non aspettate che ve lo dica qualcuno, che vi arrivi una direttiva sulla scrivania o un’email sul pc.

Siate voi i primi a rompere gli schemi. Invece che combattere con la realtà esistente, con l’inefficienza e con la burocrazia, pensate a un modello nuovo e più moderno, che renda quella realtà obsoleta. Non lasciate che sia qualcun altro a definire la vostra strada. Fatela da soli. Costruitevi un percorso, seguitelo, disegnatelo da capo ogni volta che volete. Ma iniziate oggi, subito.

Quei rinvii sospetti su immobili e partecipate

Quei rinvii sospetti su immobili e partecipate

Alberto Quadrio Curzio – Il Sole 24 Ore

Il Consiglio dei ministri che segna l’avvio dei 1000 giorni del governo Renzi per cambiare l’Italia è di ampia portata e richiederà tempo per gli approfondimenti. Bisognerà andare oltre la copertina e l’indice dei provvedimenti per capire il potenziale degli stessi in un Paese dove la crisi diventa ancora più preoccupante. Nel contempo bisogna segnalare quali altri provvedimenti, non adottati dal Consiglio, sono delle priorità su cui il governo dovrà al più presto intervenire. Importante è quella di “razionalizzazione” del patrimonio pubblico sul quale era attesa la decisione del governo di chiusura di un migliaio di aziende inattive partecipate da enti locali, che purtroppo non c’è stata. Speriamo che non prevalgano i localismi corporativi per sconfiggere i quali ci vuole convinzione e metodo.

Il patrimonio pubblico. È noto come in Italia sia enorme e di pressoché impossibile valutazione in quanto parte dello stesso è composto da opere artistiche, archeologiche, naturalistiche e culturali alle quali non si può dare un prezzo stante la loro unicità e la loro non vendibilità. Per questo sarebbe bene distinguere sempre tra valori e prezzi. Spesso si parla genericamente di razionalizzare, valorizzare, privatizzare. Azioni che possono esprimere una sequenza o racchiudersi in sé a seconda dei patrimoni pubblici ai quali ci si riferisce. Quale che sia il metodo adottato, l’Italia deve riprendere la questione con un nuovo impegno e non solo perché una parte del patrimonio pubblico può essere economicamente usata per garantire o per ridurre il debito pubblico e/o per generare reddito e occupazione. Non va infatti mai dimenticato che il grado di incivilimento di un Paese e della sua popolazione si misura anche dalla cultura per la valorizzazione del patrimonio pubblico.

Il patrimonio pubblico economico. Con riferimento a quello con caratteristiche spiccatamente economiche e quindi con un potenziale di vendibilità, tre sono le principali categorie su cui il governo deve prendere posizione: le aziende (quasi) statali; le (quasi) aziende locali; il patrimonio immobiliare. Le ragioni di questa richiesta forte sono molte, anche per escludere che nelle urgenze improvvise il governo aumenti le tasse. Le privatizzazioni sono un capitolo della politica economica da più di trent’anni. Le finalità via via prefissate sono quattro: contribuire alla riduzione del debito pubblico; eliminare sprechi; aumentare l’efficienza dell’economia; favorire ampliamento e internazionalizzazione del mercato azionario. Infine vi è il messaggio, indirizzato alle istituzioni europee e ai mercati, che l’Italia fa sul serio. Anche se in modo non chiaro queste sembrano le finalità delle privatizzazioni, razionalizzazioni e valorizzazioni del governo Renzi.

Le aziende (quasi) statali. Nel Programma nazionale di riforma presentato alla Commissione europea nell’aprile 2014 si dice che il processo di privatizzazione è in fase avanzata e si elencano le molte società coinvolte. L’obiettivo è raccogliere un importo pari allo 0,7% del Pil per ogni anno del quadriennio 2014-2017. Si tratterebbe di 40-45 miliardi destinati a ridurre il debito pubblico. È una cifra grande se rapportata ai trend annuali delle privatizzazioni e piccola se rapportata al debito. Per ora è stata collocata faticosamente in Borsa solo una parte di Fincantieri con un introito di circa 350 milioni sui 600 preventivati. Forse anche per questo si passerà ora alla vendita di quote dei gioielli di famiglia: del 4,34% di Eni e del 5% di Enel per un controvalore di circa 5 miliardi. Non basta però la finalità di ridurre il debito per vendere quote di imprese come queste che pagano dividendi allo Stato e che possono entrare in strategie industriali, infrastrutturali e internazionali. Per altre aziende solo dopo le razionalizzazioni si può decidere. In tutto ciò può svolgere un ruolo crescente la Cdp, perché detiene partecipazioni importanti ed è controllata dallo Stato e perché ha visione e capacità operativa internazionale. Lo dimostra la cessione del 35% di Cdp Reti spa alla State grid international development controllata da una grande impresa statale cinese, con cui si possono costruire iniziative strategiche anche in altri settori.

Le (quasi) aziende locali. Il Consiglio dei ministri ha rinviato ogni decisione che le riguarda alla legge di stabilità. In base al rapporto del commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, l’obiettivo è quello far scendere queste quasi-aziende da circa 8.000 a 1.000 in tre anni. Questa sarà una strada impervia per le resistenze corporative e le rendite di posizione dei potentati locali. Anche per questo abbiamo titolato “quasi-aziende” perché molte non hanno nulla dell’impresa data la loro origine e/o la loro dissestata gestione. Cottarelli ha radiografato le partecipazioni degli enti locali quantificandole in 7.726 aziende (avvertendo che potrebbero essere 10mila). Tra queste l’82% sono dirette e le altre indirette; il 20% è interamente pubblico e il 28% a maggioranza pubblica; il restante 52% a maggioranza privata. Il totale dei dipendenti si avvicina ai 500mila di cui 377mila in aziende a gestione privata e 123mila a gestione pubblica. La distribuzione settoriale s’avvicina ai 360 gradi ed è ben al di là dei 5 settori tradizionali dei servizi pubblici a rete soggetti a regolazione (elettricità, gas, acqua, rifiuti, trasporto). Ce ne sono poi 1.250 non operative che potrebbero essere chiuse subito. Cottarelli delinea una strategia per farle scendere a 1.000 (è il numero di quelle in Francia) in un triennio con l’aggregazione e lo sfruttamento di economie di scala per migliorarne l’efficienza con benefici per la finanza pubblica stimati a regime in almeno 2-3 miliardi annui, ai quali aggiungere i benefici di maggiore efficienza per i cittadini. Gli esempi di aziende locali (quotate in Borsa o no) che vanno bene ci sono e bisogna respingere l’affermazione che le perdite sono causate dalle esigenze del pubblico servizio.

Una conclusione. Un passaggio ulteriore, forse più difficile, riguarda il patrimonio immobiliare su cui è adesso disponibile un studio del Mef. Ne tratteremo in altra occasione salvo rilevare che a oggi il Mef ha ottenuto risposte solo dal 45% delle Pubbliche amministrazioni incluse nella rilevazione. Ecco qui un’altra sfida per il governo che speriamo, per l’Italia, possa essere vinta.

Dopo il gelato, l’aspirina

Dopo il gelato, l’aspirina

Fancesco Forte – Il Giornale

Il decreto legge sblocca cantieri che il premier Renzi aveva presentato come una misura per il rilancio della nostra economia, che è entrata in recessione nel secondo trimestre e che, secondo le stime Istat rimarrà allo stesso livello nel terzo, non serve per il rilancio del 2014 e costituisce una mera aspirina per gli anni successivi. I 10 miliardi di nuove spese di investimenti sbandierati dal premier, infatti, ammesso che il decreto si realizzi secondo le previsioni, come al solito, più ottimistiche che realistiche, non darà luogo a lavori nel 2014 e comporterà 3 miliardi di lavori fra il 2015, il 2016 e il 2017, da includere nella legge di stabilità. Gli altri vanno a finire dopo. Tanto che sono piovute critiche dal presidente dei costruttori edili (Ance) Paolo Buzzetti: «Sblocca Italia ha un’ottima impostazione, ma se non ci mettiamo i soldi e non facciamo ripartire le cose perché l’ Europa ci blocca, i problemi restano tutti lì». Insomma, «non si tratta di provvedimenti choc che facciano ripartire l’economia.13,8 miliardi so pochi, ci aspettavamo una botta maggiore su tutto, un impegno maiore».

Non c’è più in questo testo la parte migliore della sua bozza iniziale ossia la proroga e rivitalizzazione della legge obbiettivo, varata da Berlusconi nel 2001 per coinvolgere nel finanziamento delle grandi opere le iniziative private in modo efficiente. Il testo varato dal Consiglio dei ministri (ancora suscettibile di modifiche) è pensato e scritto in burocratese di vecchio stile dirigista. Esso consiste di semplificazioni del dirigismo, non in un nuovo modo di legiferare consono all’economia dei mercati globali. Ci sono due sezioni di questo decreto migliori della media, di ispirazione berlusconiana quella sulle concessioni perla banda larga, che deriva dai progetti di Berlusconi primi ostacolati da lobby monopolistiche nazionali e poi affossati insieme al resto del decreto sullo sviluppo del ministro Romani, dell’autunno 2011, bocciato per ragioni politiche e quella sull’asse ferroviario Napoli-Bari ispirata dalla Regione Campania guidata da Forza ltalia. Per la banda larga, gli investimenti nelle aree in cui occorre l’incentivo pubblico, ora (ci sono le gare per le concessioni alle grandi imprese private, e gli investimenti non inizieranno prima del 2016. 

Grazie al Pd, dunque l’Italia avrà la cablatura elettronica globale solo alla fine di questo decennio anziché all’inizio. Per la Napoli-Bari il governo nomina come Commissario l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato,di fatto in un regime di concessione ispirato alla Legge obbiettivo. Ma,pur con la connessa semplificazione e accelerazione di procedure, il programma sarà operativo solo alla fine del 2015. 

La parte sulla privatizzazione di imprese pubbliche è slittata al futuro, data la contrarietà di Regioni ed enti locali feudo delle sinistre. Sono rimaste le norme sulle nuove competenze della Cassa Depositi e Prestiti e sui «project bond», nuovo strumento finanziario per l`investimento privato/pubblico e sulla privatizzazione di immobili del Demanio militare tutte scritte in tortuoso burocratese.

C’è una parte sullo sblocco della burocrazia nell’edilizia pubblica, molto smagrita per le opposizioni di giustizialisti, ambientalisti, fanatici dell’intervento pubblico nel settore culturale e di fanatici delle regolamentazioni urbanistiche-edilizia. Tutti tabù della vecchia sinistra ex Pci, Pdup e via cantando. Per dare un’idea di questa zavorra basta un comma sulle regole edilizie: «La destinazione di uso di un fabbricato è quella prevalente in termine di superficie utile. Il mutamento di destinazione d’uso all’interno di essa è sempre consentito, salva diversa previsione delle leggi regionali e degli strumenti urbanistici». Frase gattopardesca sembra che tutto cambi, ma c’è una clausola, (che ho messo in corsivo) per cui tutto resta come prima. Nel complesso, Renzi sino ad ora non ha fatto nulla per farci uscire dalla crisi con nuovi investimenti né per privatizzazioni onde ridurre debito e spesa pubblica, né per l’efficienza dei rapporti di lavoro: la sfida maggiore su cui lo richiamano le frasi recenti di Marchionne.

L’economia criminale vale 170 miliardi e non sente la crisi

L’economia criminale vale 170 miliardi e non sente la crisi

Gabriele Dossena – Corriere della Sera

C’è anche un’economia che non va mai in crisi. Anzi, è in continua crescita. Solo negli ultimi cinque anni ha fatto registrare un’impennata del 212%. Tanto da far stimare – per difetto – un «giro d’affari» che ha raggiunto i 170 miliardi di euro l’anno. Questo il valore dell’economia criminale: una sorta di «Pil» malavitoso, che deriva da attività illegali, i cui proventi illeciti si riversano poi – come reinvestimento – nell’economia legale, con il risultato di inquinare e stravolgere il mercato.

L’escalation delle attività che fanno capo alle organizzazioni criminali, emerge dal crescente numero di segnalazioni che sono pervenute all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia. Si tratta in pratica di tutte quelle operazioni sospette «denunciate» alla Uif da parte di intermediari finanziari: da banche nell’80% dei casi, ma anche uffici postali, società finanziarie o compagnie di assicurazione.

Se nel 2009 le segnalazioni pervenute all’istituto di via Nazionale sono state 20.660, lo scorso anno si è registrato un exploit a 64.415 (anche se la punta record è stata raggiunta nel 2012, con 66.855 segnalazioni). L’ufficio studi della Cgia di Mestre ha rielaborato a livello regionale il numero delle segnalazioni di riciclaggio avvenute nel 2013: la Lombardia risulta la regione più colpita (11.575), seguita da Lazio (9.188), Campania (7.174), Veneto (4.959) ed Emilia Romagna (4.947). Quasi il 60% delle segnalazioni di attività criminali registrate a livello nazionale è concentrata in queste cinque regioni.

Va comunque precisato che i dati prodotti dalla Uif non includono i reati violenti, come furti, rapine, usura ed estorsioni, ma solo le transazioni illecite concordate tra il venditore e l’acquirente, come il contrabbando, traffico d’armi, smaltimento illegale di rifiuti, gioco d’azzardo, ricettazione, prostituzione e traffico di stupefacenti. Solo una parte, quindi. Che però vale, da sola, 170 miliardi di euro l’anno. E che è pari al Pil di una regione come il Lazio.

Secchi d’acqua su un incendio troppo grande

Secchi d’acqua su un incendio troppo grande

Gaetano Pedullà – La Notizia

Il nome è decisamente ottimistico, com’è nello stile della comunicazione del nostro premier, ma lo Sblocca Italia porta in dote molte cose buone (e qualche regalo sotto banco ai soliti noti). Benissimo il recupero dei fondi Ue non spesi, il taglio della burocrazia, i commissari su alcune grandi opere, la proroga dell’ecobonus, la riscrittura del nostro codice degli appalti: un groviglio normativo in cui è sin troppo facile nascondere la corruzione. Resta invece inspiegabile, per non dire scabrosa, la proroga delle concessioni autostradali a gruppi che hanno investito pochissimo sulla rete viaria, facendo giganteschi guadagni privati sulle strade costruite con i soldi pubblici di tutti noi. Deludente anche la limitazione ai soli sgravi fiscali per gli investimenti sulla banda larga. Le buone intenzioni del provvedimento comunque ci sono tutte, così come in quello sulla Giustizia che purtroppo per ora si ferma al Civile. Se l’ottimo è nemico del bene, accontentiamoci! Dove non possiamo accontentarci è però sui nodi veri che strozzano la ripresa. Da tempo in recessione e adesso anche in deflazione, non possiamo più prenderci in giro: senza un allentamento dei vincoli Ue e una diversa politica monetaria della Bce, tornare alla crescita è impossibile. Possiamo farne cento di Sblocca Italia, e fare indigestione di queste più o meno utili aspirine, ma l’incendio è troppo vasto per domarlo da soli. Soprattutto se si è rinunciato da anni a tenere l’estintore della moneta per affidarlo alla Banca centrale e ai suoi ottusi burocrati. Draghi, che promette ma poi resta ancora immobile, compreso.  

Non bastano i treni a far ripartire il paese

Non bastano i treni a far ripartire il paese

Tito Boeri – La Repubblica

Il tempismo, sul piano della comunicazione, è perfetto. Nel giorno in cui l’Istat certifica il ritorno dopo 50 anni alla deflazione e con un mercato del lavoro sempre più in sofferenza il governo vara un decreto dal titolo molto promettente: sblocca-Italia. Interviene in ritardo rispetto allo scadenziario che lo prevedeva per metà luglio, ma proprio per questo permette al governo di reagire ai dati sui consumi degli italiani dopo l’introduzione del bonus di 80 euro, dati che confermano l’impressione che lo sgravio non abbia avuto gli effetti sperati di stimolo della domanda. Se si va al di là dei titoli e dei relativi cinguettii telematici, affiorano però non pochi dubbi sull’efficacia delle misure varate ieri e, a dispetto delle rivoluzioni annunciate, in molte di loro si respira l’odore stantio del déjà vu.

Di sblocco sulla carta ci sono quasi solo i cantieri delle opere su rotaia. Il bonus edilizia viene semmai bloccato, non rinnovato nel 2015 almeno fino all’approvazione della legge di Stabilità. Le 1617 mail ricevute dai Comuni con segnalazioni di ritardi in piccole opere dovranno aspettare. Non ci sono fondi per le misure contro il dissesto idrogeologico. Non è la prima volta che un governo italiano si affida ai trasporti e soprattutto alle Ferrovie dello Stato (che continuano a non assicurare la pulizia dei treni su gran parte delle tratte) per rilanciare un’economia che non riesce a ripartire. I fallimenti del passato, quando peraltro c’erano ben più risorse da destinare a queste opere, non sembrano essere stati metabolizzati.

Sono lastricate le strade di Palazzo Chigi di comunicati in cui si annunciano miliardate di opere pubbliche di immediata attuazione, a partire dalla faraonica legge obiettivo del 2001 per arrivare al “decreto del fare” (e disfare) lasciato in testamento da Letta. Il fatto stesso che si peschi una volta di più dall’elenco annunciato da Berlusconi a Porta a Porta, attuato solo in minima parte (attorno al 10 per cento) in 15 anni, certifica che non basta decretare per avviare i lavori. E anche questa volta, quando si studiano i singoli dossier, ci si accorge che gran parte delle opere non sono immediatamente cantierabili. Tre quarti di queste potranno, nella migliore delle ipotesi, partire nel 2018. Del resto è lo stesso profilo temporale dei finanziamenti a certificare che non si tratta di misure di impatto immediato: 40 milioni nel 2014, 415 nel 2015, 888 nel 2016. Non è questo tipicamente l’orizzonte delle misure congiunturali che vogliono evitare una nuova prolungata recessione agli italiani.

Una volta di più si annunciano queste misure a costo zero, come se destinassero nuove risorse alle infrastrutture senza sottrarle ad altri interventi. Ma come può un governo che chiede un consenso attorno ad un’operazione politicamente costosa come la spending review, come può un esecutivo che dovrà racimolare nella legge di Stabilità qualcosa come 16 miliardi di tagli alla spesa nel 2015, dire agli italiani che ci sono tutti questi miliardi piovuti dal cielo? È fin troppo evidente a tutti che le risorse che verranno destinate a queste opere, anche quelle che vengono da fondi europei, verranno sottratte a destinazioni alternative. È dovere di un governo spiegare perché queste opere sono più importanti di altre cose che si potevano fare con questi soldi. A partire dalle stesse opere infrastrutturali alternative che potevano essere avviate (perché, ad esempio, il terzo valico Milano-Genova e non il raccordo Fiumicino-alta velocità verso Firenze?). Le analisi costibenefici delle singole opere servono proprio a questo, ma non ce n’è traccia. Offrono le stesse valutazioni che ogni imprenditore compie quando deve decidere se fare o meno un investimento. Perché i contribuenti italiani, al pari degli azionisti privati, non devono avere il diritto di sapere come vengono utilizzati i loro soldi rispetto a diversi scenari e opzioni alternative?

La dimensione del dispositivo entrato in Consiglio dei ministri (125 pagine e, come ormai è prassi, non c’è un testo in uscita) e i commi e sottocommi dei diversi articoli danno l’impressione di burocrazie ministeriali tutt’altro che rottamate. Se il decreto avesse mantenuto l’obiettivo della semplificazione normativa, avremmo un precedente cui appellarci sul piano del metodo. Speriamo che dietro al formalismo non si celino troppi giochi di potere: homo homini lupus . E l’impressione è che almeno al ministero dei Trasporti siano ancora le alte burocrazie a governare.

Forse sarebbe stato più saggio ieri limitarsi alle misure sulla giustizia civile, che hanno potenzialmente un rilievo economico molto importante se sapranno davvero intervenire sugli arretrati, e rinviare le altre misure alla prima legge di Stabilità del Governo Renzi, nella quale confluiranno anche le norme sulle società partecipate. Ci dirà qual è la strategia di politica economica di questo governo.